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domenica 15 dicembre 2013

Unplugged in Cobain

Kurt Cobain durante la performance Unplugged in New York
Vent'anni fa i Nirvana registrarono il concerto MTV Unplugged in New York. Kurt Cobain (1967-1994) si congeda con la poesia della sua tormentata anima musicale.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer

Vent’anni sono tanti da ricordare. Quelle musiche. Quel concerto. Quella fine. Tutto questo non è mai stato dimenticato. I Nirvana di Kurt Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl suonano un delicato concerto acustico. Insieme a loro cìè anche la seconda chitarra dell'ex-Germs, Pat Smear.

...Durante svariate notti pensavo che anche certe ore non avessero bisogno di nessuno/… una sola intenzione provvedeva alla sponda alquanto simile… la strada era pronta per bruciare tutte le fotografie d’ogni armeria...

14 le tracks dell’MTV Unplugged in New York dei Nirvana. Canzoni da tutti gli album della rock band: About a Girl (Bleach,1989). Come as You Are, Polly, On a Plain e Something in the Way (Nevermind, 1991). Pennyroyal Tea, Dumb e All Apologies (In Utero, 1993). Insieme a loro alcune cover: Jesus Don't Want Me for a Sunbeam (The Vasolines), The Man Who Sold the World (David Bowie), tre cover dei punk Meat Puppets (Plateau, Oh Me, Lake of Fire) e infine Where Did You Sleep Last Night? del bluesman Leadbelly.

“Se tutto è così insignificante e programmato, allora l’onda della follia meriterebbe più rispetto/...  Perché è così facile voler bene a qualcuno?... a volte credo d’aver capito, a volte mi sento solo il sopravvissuto di un’era che deve ancora arrivare” gennaio/febbraio1995

Fin dalla prima trasmissione, fece molto scalpore vedere come una band rock molto legata alle distorsioni dei newyorkesi Sonic Youth e con una forte carica rabbiosa nella voce del cantante, avesse trovato una delicata dimensione acustica di elevatissima qualità.

Kurt Cobain è lì. Rilassato. O forse rassegnato. Appena pochi mesi dopo si sarebbe suicidato nella sua casa poco fuori Seattle.

“non voglio guardare dove sono arrivato
perché le bruciature delle mie dita
sono ancora troppo importanti

non sono ancora certo
della forma delle stelle
e questo è tutto… hai voglia di comunicarmi
qualcosa che non so?
Avresti voglia di attualizzare
la mia ignara lista di desideri?

le tante parole scritte sulle strade non hanno mai avuto una fine

potrei indossare un copricapo
oppure ricominciare
senza di me… oppure ingigantire chissà quale immagine
contraffatta … i rastrelli
sulla sabbia non dovrebbero
essere costantemente rivolti
verso il mare, e questo
nessuno ce lo ha mai voluto dire

sono abbastanza certo
di sapere cosa ho voluto, ma non è mai stato
abbastanza

e anche se continuerò a sentermi indifeso
e poco idoneo a capire come mi comporterò
non potrei mai vendere la prossima frase,
                                                               (15 dicembre 2013)                

Oh Me (1993, Unplugged in New York) - Nirvana feat. Meat Puppets


i Nirvana live in New York unplugged

sabato 7 dicembre 2013

Liberi di cantare per i Diritti Umani

Martedì 10 dicembre, in occasione del 65° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, si terrà al Biko di Milano il concerto Liberi di cantare organizzato da Amnesty International Italia.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer
A partire dalle h. 22 si alterneranno artisti impegnati nella difesa dei diritti umani come Jamal Ali, cantante dell'Azerbaigian, arrestato e torturato per aver contestato la famiglia del presidente e aver denunciato la corruzione e la mancanza di libertà nel suo paese.
Spazio anche Zanko El arabe blanco, il rapper italo-siriano impegnato contro la discriminazione. Insieme a loro saranno on stage Il Genio, Mondo Marcio e il collettivo Barrio Nacional.

Media partner della serata, Radio Popolare. Il concerto fa parte di Write for Rights, la maratona di raccolta firme in favore di vittime di violazioni dei diritti umani che vede coinvolti ogni anno centinaia di migliaia di attivisti di Amnesty International nel mondo. L'edizione di quest'anno si occuperà di Tunisia, Etiopia, Bielorussia, Cambogia e Messico.

Per ulteriori informazioni:
Ingresso libero.

Ripescando le immortali parole della canzone Tears Are Not Enoght delle Canadian Stars (Neil Young, Joni Mitchell, Bryan Adams e ancora altri.) "We can bridge the distance/ Only we can make the difference/ Don't ya know that tears are not enougt - If we can pull together/ We could change the world forever/ Heaven knows that tears are not enough

Le lacrime non bastano, bisogna agire e cambiare il mondo per sempre.

Tears are not enought, by The Canadian Stars

giovedì 28 novembre 2013

Audioslave, i fuochi di Cochise

Audioslave, il video di Cochise - Tim Commerford
Poderosa e tonante. Cochise, primo singolo degli Audioslave. Ascoltarla sotto i fuochi d’artificio del Redentore a Venezia è tutta un’altra storia.

di Luca Ferrari

“Ormai non posso più semplicemente associare questa canzone degli Audioslave al video o alla mera faccia di Chris (Cornell, ndr) quando esplode nell'urlo prima del ritornello finale” racconta la milanese Desirée, “Cochise è una tovaglia bianca per terra. Qualche birra. La gente che rincontrerai. Cochise sono due amici che hanno appena avuto la stessa idea”.

Dalle ceneri di due delle più significative band degli ultimi trent’anni, Soundgarden e Rage Against the Machine, a inizio Terzo Millennio nacquero gli Audioslave. Il nuovo gruppo era formato dagli ex-RATM Tom Morello (chitarra), Tim Commerford (basso) e Brad Wilk (batteria), con l’aggiunta del cantante made in Seattle, Chris Cornell.

Un’unione impensabile per certi versi (stile). Rap-rock politico da una parte. Rock distorto-melodico dall'altra. E i commenti infatti erano unanimi: “Qualunque cosa faranno o sarà un flop o un capolavoro”. L’attesa per conoscere il valore di questo atipico sodalizio artistico finì il 14 ottobre 2002 quando venne pubblicato Cochise, il primo singolo (con videoclip) del debut album Audioslave (Epic Records), prodotto da Rick Rubin. Il titolo della canzone si richiamava al celebre capo dei Chokonen, tribù di Apache Chiricahu, il valoroso guerriero Cochise.

Cochise è mettere le cuffie. Immaginare quel cazzutissimo video all’americana mentre partono le ultime scintille in cielo” settaccia Desirèe tra i suoi primi ricordi, “Fare headbagging mentre gli altri ti guardano strano perché non c’è musica da Wayne's World (1992) nell'aria”.

Le prime battute di Cochise sembrano introdurre alla perfezione l’inizio di una sfida, mentre tutto il proseguo potrebbe essere l’azione vera e propria tra attacchi, sangue, cadute e la vittoria finale. Confesso mi sorprende non sia mai stata utilizzata per colonne sonore per supereroi Marvel o le varie Katniss (Hunger Games).

Dopo un intro “controllato”, la musica esce dai blocchi bruciando in modo devastante. All’esplosiva chitarra si aggiungono le prime tracce di “badmotorfingeriana” memoria:  “Well I been watchin’/ While you been coughin/ I've been drinking life While you been nauseous/ And so I drink to health/ While you kill yourself/ And I got just one thing/ That I can offer”.

Trad. “…Bene, sono stato a guardare/ mentre tu hai tossito/ ho bevuto la vita/ mentre tu sei stato più furbo/ e così bevo alla salute mentre tu ti uccidi/ e ho giusto solo una cosa/ da offrire”. L’impossibile era diventato realtà. La sezione ritmica dei Rage Against the Machine e la voce melodico-rabbiosa di Chris Cornell insieme.

In un’epoca dove ormai la volgarità e l’omologazione avevano già sodomizzato a morte MTV, il video di Cochise insieme ai contemporanei I Am Mine (Pearl Jam) e You Know You’re Right (postumo dei Nirvana) furono un’impensabile e adrenalinica sorpresa. Una poderosa scossa di terremoto rock in un 2002 sempre più schiavo di scadenti video hip-pop e gangsta.

il livello sale, le cicatrici si contendono l’accesso al cielo/… la salvezza è una questione divina o un’azione da rivolgere a noi stessi?… Fingo di fare una domanda perché l’opinione degli altri non ha mai tenuto conto di dove eravamo prima che le ombre ci avessero apertamente sfidato

In perfetto stile Canzoni tra le righe, per la suddetta ragazza intervistata, Cochise nel tempo è passata da mera (grandiosa) canzone degli Audioslave a un preciso ricordo con uno scenario non così diverso da quello della spettacolare ambientazione del video musicale.

“Non posso più associare questa canzone semplicemente al video, quando Tom e gli altri entrano dentro l'ascensore e la scossa di assestamento del motore che parte per la salita segna l'inizio della canzone” dice Desiree.

E via con la seconda strofa. “Well I'm not a martyr/ I'm not a prophet/ And I won't preach to you/ But heres a caution/ You better understand/ That I won't hold your hand/ But if it helps you mend/ Then I won't stop it – Bene, non sono un martire/ non sono un profeta/ e non sarò io a farti la predica/ ma c'è una clausola/ capisci meglio/ che non vorrò fermarti la mano/ ma se chiederà aiuto, tu fallo/ poi non la vorrò fermare”

“Non posso più solo associare questa canzone alla faccia di Chris quando esplode con quell'urlo (che nel video dura molto di più che nel pezzo su cd, o almeno la mia versione dura pochissimo), con le vene che gli pulsano tra fronte e collo” continua Desirèe.

La terza strofa (di cui sopra Desy ne descrive la corrispondente scena nel videoclip) pare fatta per far rifiatare la band, ma è solo una mera illusione. “Drown if you want/ And I'll see you in the bottom / Where you crawl/ On my skin/ And put the blame on me/ So you don't feel a thing” – trad. “Vai se vuoi/ ed io ti guarderò fino in fondo/ dove striscerai/ sulla mia pelle/ e mi darai la colpa/ così tu non sentirai nulla”

“Poi un giorno Cochise non fu più solo il singolo di debutto degli Audioslave per noi orfani di RATM e Soundgarden (all’epoca). Non fu più solo l'abbraccio tra tutti i quattro componenti della band a fine canzone, che ora se ci penso, cazzo, sembra quasi la copertina di Ten (primo album dei Pearl Jam, ndr)” sottolinea Desirèe.

rock the Audioslave
Ma che cos’è allora Cochise per te, Desiree Sigurtà?

“Cochise è diventata una sera di luglio a Venezia. Alla festa del Redentore, davanti all'Arsenale. Dove quasi non si vedeva nulla tanto il bacino era intasato di barche, e un vaporetto ostruiva pure la visuale. Cochise è una tovaglia bianca per terra, qualche birra, la gente che sai un giorno rincontrerai”.

...forse ho meno sassi sotto le scarpe di quanto pensi, ma non c’è mano che non abbia patito la carenza d’innocenza/… i passi odierni che ci tengono a distanza oggi sono scivoli colorati che le stelle rappresentano nel loro sognare di essere donne e uomini…

“La canzone Cochise degli Audioslave sono due amici (di cui uno vestito con un’improbabile camicia-tovaglia) che si guardano negli occhi e hanno la stessa fottutissima idea” conclude Desiree, “quando partono gli ultimi fuochi d'artificio, parte anche Cochise”… Go on and save yourself, And take it out on me yea - Vai e salva te stesso tira fuori da me la volontà. 

Audioslave, il video di Cochise

Audioslave, il video di Cochise - Chris Cornell
Audioslave, il video di Cochise - Tom Morello
Venezia , si guardano i fuochi del Redentore ascoltando Cochise (Audioslave) © Luca Ferrari
Venezia , si guardano i fuochi del Redentore ascoltando Cochise (Audioslave) © Luca Ferrari
Venezia , si guardano i fuochi del Redentore ascoltando Cochise (Audioslave) © Luca Ferrari

giovedì 7 novembre 2013

Pussy Riot, taci e Mosca

Nadezhda Tolokonnikova (Pussy Riot)
La Russia Putiniana tappa la bocca a Nadezhda Tolokonnikova (Pussy Riot). Nessuno sa dov’è stata trasferita. La protesta di Amnesty International.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer

Ma che fine hanno fatto i musicisti impegnati? È possibile che nessuno voglia sfidare lo zar Vladimir in difesa di tre ragazze punk? Cosa penserebbero di tutto ciò i vari Joe Strummer la leggendaria voce dei Clash, o un John Lennon dinnanzi a tutta questa indifferenza? Pussy Riot abbandonate da tutti, anche dal loro mondo. 

Il 22 ottobre scorso l'attivista russa, nonché membro del gruppo punk rock Pussy Riot, Nadezhda Tolokonnikova, è stata prelevata dalla colonia penale dove stava scontando una condanna a due anni di prigionia, con possibile (?) trasferimento verso un’analoga struttura in Siberia. Amnesty International ha dichiarato che il continuo rifiuto da parte del Governo di rendere noto dove si trovi la donna, è una prova fin troppo evidente dell’intento delle autorità russe di ridurla al silenzio.

“Nadezhda Tolokonnikova ha denunciato pubblicamente le minacce ricevute da funzionari delle carceri” ha dichiarato Denis Krivosheev, vicedirettore del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International, “Temiamo che la sua situazione attuale rappresenti la punizione per aver protestato contro le sue deplorevoli condizioni detentive. La giovane è una prigioniera di coscienza che non avrebbe mai dovuto essere arrestata”.

La Russia di Putin è una delle più grandi e potente dittature del mondo, ma per uno strano caso le sue riprovevoli azioni risultano sempre molto trascurate dal movimenti pacifisti e nonviolenti occidentali evidentemente troppo impegnati a scendere in piazza solo per più abbordabili nemici. Amnesty International è una piacevole anomalia e oggi torna ad alzare la voce contro Mosca chiedendo spiegazioni sul destino della musicista Nadezhda Tolokonnikova (Pussy Riot).

“Se fosse vero che Nadezhda è stata portata  una colonia penale distante migliaia di chilometri da Mosca, ciò renderebbe ai suoi avvocati e familiari quasi impossibile incontrarla, in violazione dei diritti umani della detenuta e della stessa legislazione russa” ha poi concluso Krivosheev.

Diritti umani in Russia? C’è chi ha provato a denunciarne la loro costante violazione. Era una piccola e coraggiosa donna di professione giornalista sempre in prima linea per il settimanale Novaja Gazeta. Il suo nome era Anna Politkovskaja. Come sia morta lo sappiamo tutti. Freddata sulla porta dell’ascensore di casa. Chi siano i mandanti, lo sappiamo tutti.

il gruppo punk-rock Pussy Riot

sabato 12 ottobre 2013

Pearl Jam, Let the Lightning Bolt Play

i Pearl Jam da Seattle
Hanno ispirato vecchie e nuove generazioni.  La rock band americana Pearl Jam ha realizzato il decimo album in studio: Lightning Bolt.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer

Da più di vent’anni accordano quel mondo che non ha mai voluto arrendersi. Lunedì 14 ottobre 2013 esce il disco Lightning Bolt (Monkeywrench Records/Republic Records), 10° album dei Pearl Jam. A parte il batterista Matt Cameron (in pianta stabile dal 1998) e il tastierista Kenneth Boom Gaspar con i PJ dal 2002, gli altri quattro membri della band sono gli stessi degli esordi: i due chitarristi Stone Gossard e Mike McCready, il bassiste Jeff Ament e il cantante Eddie Vedder.

"In questo nuovo lavoro è sempre più Eddie a fare la differenza, elevando buone canzoni a grandi canzoni (Sirens, Future Days, Getaway)" racconta in esclusiva per il magazine online Live on Two Hands l’esperto "pearljammer" trevigiano Omar Nizzetto, in prima fila lo scorso febbraio al live milanese dei Brad (il side project di Stone Gossard).

"Poi ci sono delle sorprese musicali in grado di, letteralmente, rapirti con un ritmo che non ti aspetteresti (Infallible, Pendulum e in parte anche Father’s Son e Let the records Play)" prosegue, "Per onestà intellettuale, resta un po’ di amaro in bocca pensando che magari avrebbero potuto osare di più su altri pezzi invece di giocare sul sicuro su buone ma convenzionali song (Lightining Bolt, Mind your Manners, Yellow Moon)”.

Una carriera ormai più che ventennale quella dei Pearl Jam. Canzoni che sanno sempre emozionare (anche il peggior disco dei Pearl Jam è un raggio di luce in questa ormai decennale grigia depressione musicale, sottolinea deciso Omar). Un sound e uno spessore impermeabili a qualsiasi moda o presunta tale. Una solidità umana e una coscienza sociale degna erede dei vari Bob Dylan, Patty Smith, Bruce Springsteen, etc.

Sotto la sapiente e veterana produzione dell’onnipresente Brendan O’Brien, la band, formatasi nella Seattle dei primi anni Novanta, con l'album Lightning Bolt ha raggiunto la doppia cifra in studio. "L’attesa per un imminente nuovo album dei Pearl Jam è simile solo a quella che da bambino provavi sapendo che il giorno dopo saresti salito nella tua giostra preferita al lunapark” sottolinea Omar, "È la sensazione del giorno prima della festa, che a volte si rivelava più carica d’emozione che la festa stessa.

Ascoltare le prime note di un loro nuovo disco è come quell’attimo in cui l’energia alimentava la giostra e l’adrenalina ti coglieva in pieno. Ascoltare il resto del disco è stato come proseguire lungo le rotaie della giostra. Tra salite e discese, giri della morte e attese prima di ricominciare tutto daccapo. Ascoltare Lightning Bolt per la prima volta è stato tutto questo. Nuovamente".

Dodici le canzoni del nuovo album dei Pearl Jam, Lightning Bolt (2013):

01 Gateaway (3:26) – Chiamatela deformazione professionale, ma prima ancora che partano le note dell’inizio di Lightning Bolt, il titolo della prima canzone mi rimanda a vent’anni esatti fa. Alle lyrics di Scentless Apprentice (In Utero 2003) dei Nirvana dove Kurt Cobain siglava il suo marchio di fabbrica con semplici giochi di parole: get away (va via), get a way (scegli una strada). Inizio l’ascolto. Il ritmo sa di festa tra amici. Il basso di Jeff Ament scorre pulito. La voce di Eddie si alterna tra corse moderate e andature più lente. Ma questa non è una materia per scattisti. È una maratona e siamo appena all’inizio. Un lungo percorso dove ho il mio modo di credere  (I’ve got my own way to believe). Una strada infinita dove talvolta bisogna mettere tutta la propria fede nella non fede (Sometimes you find yourself having to put all your faith in no faith).

02 Mind Your Manners (2:38) – Il primo singolo e dunque già conosciuto. Confesso che mi entusiasmò poco. Song standard con fin troppo facili reminiscenze alla Spin the Black Circle, canzone quest’ultima vincitrice di un Grammy Award nel 1996. Un testo che pare attingere ancora dall’interiorità più riottosa non solo di Eddie, ma dell’intera band. Finale che più rock non si potrebbe. E già s’immagina uno stage diving di tutto rispetto. "Non sarà più tempo per i capolavori" annuisce Omar Nizzetto, "ma da questi cinque ragazzi ci si potrà attendere sempre e comunque il meglio"

03 My Father’s Son (3:07) – Il figlio di mio padre. Devo ancora ascoltarla ma con un titolo così me la immagino alla Daughter. Sarà così? Non resta che scoprirlo… Previsione del tutto errara. Il ritmo è decisamente più veloce rispetto alla terza canzone di Vs (1993). Qualche reflusso alla MFC (Yield). Il testo è profondo. Segreti, rancori e sofferenze. “Cannot forget you’re hiding collected wounds left unhealed/, When every thought you’re thinking sinks you darker than the new moon sky,/ The faraway lights rising in the whites of your eyes… Non posso dimenticare che hai nascosto ferrite lasciate senza cura/ Quando ogni pensiero che avevi ti faceva affondare nell’oscurità più nera del cielo senza luna/ Le luci lontane si stanno risvegliando nel bianco dei tuoi occhi”. Un finale con la chitarra di Mike che da come l’impressione di aver ancora molta energia da condividere.

04 Sirens (5:41) – L’altra canzone già nota, ribattezzata la I am Mine di questa nuova decade e facilmente riconducibile a essa anche per la somiglianza del video (e della chioma del singer, più corta però all’epoca di Riot Act, 2002). La track più lunga dell’album. Prendano nota i rocker più romantici perché qui c’è una farse da trascrivere a penna su una lettera e consegnare alla propria amata: “For every choice, mistake I made, is not my plan/ To see you in the arms of another man/ And if you choose to stay, I’ll wait, I’ll understand – Per ogni scelta, errore che ho fatto, non era nei mie piani di vederti tra le braccia di un altro uomo/ E se decidi di restare, aspetterò. Capirò”. Non riesco a non pensare che tra le parole finali della prima strofa, “But all things change, let this remain – Ma tutto cambia, lascia che questo rimanga”, la dichiarazione d’amore non sia solo quella tra due persone, ma da una band a se stessa. Una dolce auto-dedica che in molti condivideranno.

Pearl Jam, il video di Sirens
• 05 Lightning Bolt (4:13) – Tocca alla canzone che da il nome all’album, dualismo questo di cui non sono un grande fan. Un coro di chitarre dove già vedo Stone e Mike andare su e giù per il palco strizzando l’occhio a Ron (Wood) e Keith (Richards), scambiandosi di posto. Una canzone da sentire e cantare live assolutamente. 
 
06 Infallible (5:22) – Inizio alla Tremor Christ (Vitalogy, 1994). Miscela sonora anomala per i Pearl Jam. Lascio la testa viaggiare. Abbandono il tappeto di parole su cui continuo a correre. Anche se sono solo a metà tragitto, non mi pare di aver mai iniziato ed essere ancora davanti a uno stereo con la cassetta che gira. Senza nemmeno mezzo pensiero sul tempo che passa. Con l’assolo quasi finale ho la certezza di un’ombra seduta vicino a me. Silenziosa e piangente di commozione.

07 Pendulum (3:44) –“We are here and then we go/ my shadow left me long ago – Siamo qui e poi ce ne andiamo/ La mia ombra mi ha abbandonato molto tempo fa”. Ritmo più lento. Oscuro. Un viaggio sonoro senza superflui caratteri alfabetici e dove, se mai esistesse ancora qualcosa che non è come sembra, adesso è arrivato il tempo di confrontarsi. “I'm in the fire but I'm still cold – sono il fuoco ma ho ancora freddo” sussurra ad alta voce Eddie Vedder. Poi il tambureggiare di Matt Cameron semplicemente dice basta, e tutti eseguono. In silenzio.  Ad anime (sicuramente) unite.

08 Swallowed Whole (3:51) – Echi REMiani in questa nuova canzone. Boulevard aperti dove le finestre si aprono per recitare una preghiera zen, buddista o per ricollegarsi a ciò che si diceva all’inizio, a ciò in cui si crede. “I could choose a path, I could choose the word/ I could be the sun, I could be the sound/– Potrei scegliere un sentiero, Potrei scecgliere una parola… Potrei essere il sole, Potrei essere il suono”. Consigliabile da ascoltare con le luci plumbee di un’alba invernale.

09 Let the Records Play (3:46) – Ritmo incalzante e altra song dalla decisa propensione live. Se i Pearl Jam volevano dirci qualcosa, quel “I’ve been off but but I'm on my feet, my feet again – Sono stato lontano ma sono di nuovo sui miei piedi” è quanto di più genuinamente combattivo possa ergersi dalla loro monumentale normalità. O normale saggezza, chiamatela come vi pare.

10 Sleeping By Myself (3:04) – Per onestà di cronaca, è la prima che rimetto ad ascoltare. C’è qualcosa di “alatamente” poetico che mi sfugge. Esplode il tema dell’incertezza. “Forever be sad and lonely/ Forever never be the same/ Oh I close my eyes and wait for a sign/ Am I just waiting in vain? – Per sempre  triste e solo/ Per sempre mai lo stesso/ Oh, chiudo gli occhi e aspetto un segnale/ Sto aspettando invano?”. Per quelli che di Generazione X non volevano più sentir parlare, adesso si devono confrontare ogni giorno con qualcosa di ancor peggiore. Senza filastrocche da canticchiare sulla spiaggia. Ma no, non può finire così. Una rock lullalby per credere che si possa fare ricominciando da sé. “I’m beginning to see/ What's left of me is gonna have to be free to survive – Sto cominciando a scoprire/ Ciò che è rimasto di me sarà libero di sopravvivere”. Forse oggi ci meritiamo qualcosa di più della sopravvivenza ma è innegabile che tutto possa (ri)cominciare lasciandoci andare a un sogno. Chiudendo gli occhi. 

11 Yellow Moon (3:52) – La sofferenza non fa parte solo dei nostri specchietti retrovisori. Eddie Vedder prende fiato e non ancora pago dell’ispirazione del film Into the Wild, ritorna con un inno naturalista dove è impossibile distinguere tra stelle cadenti e ricordi/accordi. C’è una battaglia interiore da cui non si scappa. Qui, sotto la Luna, l’eco non è solo una voce uguale alle nostre parole. Un consiglio alla band: quando la suonerete in concerto, invitate Neil Young sul palco a metterci del suo.

12 Future Days (4.22) – E siamo alla fine. Si comincia con le delicate note di un piano e anche in questo caso preparino i fazzoletti i più sensibili. “If I ever were to lose you/ I’d surely lose myself/ Everything I have dear/ I’ve not found by myself – Se dovessi perderti/ Perderei sicuramente anche me stesso/ Tutto ciò che ho di più caro/ Non l’ho trovato da me”. Una canzone perfetta per chiudere un concerto. E ricominciare. Con l’accendino alzato per illuminare l’oscurità e ripetere tutti insieme “I believe and I believe ‘cause I can see/ Our future days, days of you and me – Io credo, io credo perché posso vedere i nostri giorni futuri, i giorni di te/voi e me”.

i nostri giorni futuri, i giorni di te e me... 

Pearl Jam (da sx): Mike McCready, Boom Gaspard, Matt Cameron, Eddie Vedder,
Jeff Ament e Stone Gossard

martedì 8 ottobre 2013

Il rock di John Lennon e i Green Day per Lampedusa

le bare di bambini e adulti dopo la tragedia di Lampedusa
La guerra li annienta e li uccide. La pace li umilia ed emargina. Fuorilegge nel momento stesso in cui mettono piede sulle coste italiane.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer

Qualche anno fa il mondo della musica rock si unì ad Amnesty International per dar voce alle vittime in fuga dall'orrore della guerra. R.E.M., U2, Ben Harper, Aerosmith, Christina Aguilera, Lanny Kravitz, The Cure, Duran Duran, Tokyo Hotel, ancora molti altri e i Green Day. Tutti insieme a cantare le canzoni di John Lennon nel nome dei diritti umani in Darfur. Era il 2007 e ancor oggi è tutto così tragicamente attuale.

Instant Karma: The Amnesty International Campaign to Save Darfur (2007). Un album per gridare al mondo quello che stava accedendo nella martoriata provincia occidentale del Sudan, puntualmente ignorata dai governi di tutte le latitudini. Non era facile suonare John Lennon e farlo (quasi) anche meglio. Non lo è mai stato. Nella suddetta compilation i californiani Green Day ci riuscirono, donando all’associazione umanitaria Premio Nobel per la Pace la cover di Working Class Hero.

Oggi più che mai il video di quella canzone torna d'attualità. Tra le immagini in studio del trio americano infatti, emergono le testimonianze di profughi in fuga dall'orrore. Persone che una volta arrivati sulle coste magrebine, cercheranno la salvezza imbarcandosi su traghetti. Privandosi di tutto il denaro che posseggono, pur di sperare in un’altra vita. E poi cosa li attende?

Ma i sogni si disintegrano presto anche grazie a legislazioni vergognose. E la recente tragedia di Lampedusa con oltre 200 morti ha riaperto la questione. La questione. Come se si dovesse discutere quando si parla di rispetto e salvezza di esseri umani. E invece lo si fa. E come se la feccia della politica nostrana non avesse già fatto abbastanza, una gran parte di cittadini ha dato il meglio della propria retrograda cultura razzista, sbandierando il proprio disappunto per il lutto nazionale in seguito a quanto avvenuto sulle coste dell’isola siciliana, lamentando il fatto che non sia stato fatto per “veri italiani”.

Qualcuno ha poi ironicamente chiesto sul social network Facebook che gl’italiani siano trattati come gli immigrati: "con una casa e senza l’onere di pagare le tasse".

Rozzi. Stupidi. Ignoranti. Talmente chiusi in sé da meritarsi quella vergognosa dimensione fratricida che il partito della Lega Nord ha contributo ad alimentare. Primo autore/sostenitore della legge Bossi-Fini. Ma voi, cari “clandestini”, non siete esseri umani. Siete un peso per la nobile società occidentale che tanto fa per ridurvi in schiavitù.

Nella canzone Working Class Hero risuonano le schitarrate pesanti di Billy Joe. L’eredità lennoniana schizza a picchi che neanche la ditta Bono & The Edge riesce a toccare nella cover di Instant Karma. Ogni colpo pestato sui tamburi da Tre Cool tramanda l’eredità di un uomo scomparso che chiude gli occhi senza dare più traccia di sé.

Dall’Africa arrivano barconi piena di uomini, donne e bambini. Persone etichettate automaticamente come “clandestini”. Sono già fuorilegge nel momento stesso che toccano terra. Non importa chi siano. Non importa da dove vengono. Non conta nulla. Non contano nulla.

Cécile Kyenge, Ministro dell’Integrazione, e Laura Boldrini, ex-portavoce dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e oggi Presidente della Camera dei Deputati hanno promesso cambiamenti. Li aspettiamo.

Risuona potente Working Class Hero nel terzo millennio. Attende un mondo nuovo che non è ciò che vedo oggi... "Non ho una casa e per questo incolpo uno di voi/ non ho un lavoro e per questo incolpo tutti voi…/ Svolgo il mio compito e non voglio che nessun altro mangi alla mia mensa/ …insorgo contro la sorte ma mi piace farmi governare da assassini e retrogradi/… Non ho idea di cosa è accaduto nella Storia tanto farò gli stessi errori/ nobilitando i miei padri più assassini"

Working Class Hero, by Green day

La bandiera di Amnesty International sventola a Lampedusa © Amnesty International Italia

mercoledì 2 ottobre 2013

Serj Tankian & l’Orchestra Filarmonica Italiana

il cantante armeno Serj Tankian
Serj Tankian, il versatile fondatore dei System Of A Down, da sempre impegnato sul fronte dei diritti umani e della giustizia sociale, torna nel Belpaese per tre date a ottobre con l’Orchestra Filarmonica Italiana dove eseguirà il suo Elect The Dead Symphony, primo album solista del 2007 e Orca.

Serj Tankian & l’Orchestra Filarmonica Italiana suoneranno dal vivo giovedì 3 ottobre al Teatro Comunale di Firenze, venerdì 4 ottobre al Gran Teatro Geox di Padova e sabato 5 ottobre all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

il cantante armeno Serj Tankian

lunedì 30 settembre 2013

His Guitarness Steve Vai

il chitarrista Steve Vai
Ha scritto album solisti, con Frank Zappa, David Lee Roth, Alice Cooper, i Whitesnake. È membro del supergruppo G3 con Joe Satriani. Dal 1 al 3 ottobre è di scena in Italia uno dei più gradi virtuosi delle sei corde, Steve Vai.

di Luca Ferrari (ferrariluca@hotmail.it)
giornalista/fotoreporter - web writer

Visionario. Eccentrico. Dinamicamente spirituale. Il suo nome è Steve Vai. Dopo il clamoroso successo dei novanta concerti tenuti lo scorso anno con il suo Story of Light Tour per l'omonimo album (2012, Favored Nations), pubblicato a 7 anni di distanza dal suo ultimo lavoro in studio, Real Illusions: Reflections), il tre volte vincitore di Grammy Award, Steve Vai, ha aggiunto nuove date in Europa con esibizioni in programma in Italia, Germania, Svizzera, Svezia e Islanda. Gli show a quel punto saluteranno il Vecchio Continente e proseguiranno negli Stati Uniti, Canada e Sud America.

Steve Vai compone, esegue e produce, ma è sul palco che esprime ed esibisce il meglio del suo stile unico. A livello tecnico ed espressività, la sua influenza è riconosciuta universalmente come una delle più intense degli ultimi 25 anni di musica.

Steve Vai sarà on stage martedì 1 ottobre a Firenze presso l'Obihall, quindi mercoledì 2 a Nonantola (Mo) al Voxclub e giovedì 3 ottobre al Gran Teatro Geox di Padova.

G3 live - Joe Satriani e Steve Vai

lunedì 22 luglio 2013

Mark Lanegan, pura anima e sound

Duke Garwood (sx) e Mark Lanegan
Doppio live autunnale a Bologna e Mestre (Ve) per il songwriter Mark Lanegan, al suo primo sodalizio artistico con il poli-strumentista inglese Duke Garwood.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter - web writter

Un musicista eclettico come ce ne sono ancora pochi in circolazione. Dal decennio (1986-96) come frontman degli Screaming Trees a una variegata carriera solista. Instancabile artista. Inventore di note e parole. Il suo nome è Mark Lanegan. Dopo tre album realizzati insieme alla cantante scozzese Isobel Campbell, il 2013 segna l’inizio di una nuova collaborazione, con il poli-strumentista londinese Duke Garwood. Lo scorso maggio hanno realizzato l’album Black Pudding (2013, Heavenly Recordings). Mark e Duke suoneranno live lunedì 18 novembre al Teatro Duse di Bologna e l’indomani, martedì 19, al Teatro Corso di Mestre (Ve). Sebbene sia il primo lavoro realizzato dai due, non si può dire essere casuale il sodalizio artistico. Oltre ad aver aperto molti dei concerti del recente tour europeo di Lanegan, Garwood ha anche suonato in due brani di Blues Funeral (2012, il settimo album solista di Mark).

Folk. Blues minimale e ipnotico. Black Pudding mette in risalto lo spessore e il virtuosismo di Garwood alla chitarra nonché l'unicità della voce (baritonale) e delle liriche di Lanegan. "Duke Garwood è uno dei miei artisti preferiti di sempre" ha sottolineato Mark, "lavorare a questo disco con lui è stata una delle migliori esperienze della mia vita". Della stessa corrispettiva idea, il diretto interesso, “Penso che Mark sia come John Coltrane: pura anima e sound”.  

Quella con Duke Garwood è solo l'ultima di una serie di collaborazioni che hanno scandito la carriera del musicista originario di Ellensburg (Wa, USA). Da Greg Dulli ai Queens of the Stone Age, passando per Soulsavers, Moby e la cantautrice canadese Melissa Auf der Maur (ex-Hole e Smashing Pumpkins).
Mark Lanegan e Duke Garwood © Steve Gullick

lunedì 15 luglio 2013

Mind Your Pearl Jam

Pearl Jam, il singolo Mind your manners (Lightning Bolt)
Preceduto dal singolo Mind Your Manners, esce lunedì 14 ottobre Lightning Bolt, il decimo album della rock band anericana, Pearl Jam.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fororeporter – web writer

Tornano i Pearl Jam con un nuovo album, Lightning Bolt (2013, Monkeywrench Records). In attesa che la band faccia conoscere il nuovo disco dal vivo anche nel vecchio continente, è già stato annunciato un tour nordamericano che partirà venerdì 11 ottobre a Pittsburgh e si concluderà a “casa”, venerdì 6 dicembre a  Seattle.

Ma perché nell’epoca della cultura omologata e reality show si dovrebbe ancora voler ascoltare una band nata nei primissimi anni ’90? Ecco dieci valide risposte/ragioni:

1) Testi: Eddie Vedder è un paroliere eccezionale. Ha una profondità non comune. Ma non c’è solo lui. Le lyrics della band portano i nomi anche degli altri membri, a cominciare dal chitarrista Stone Gossard e il batterista Matt Cameron.

2) Musica: possono piacere o meno, ma è indubbio che siano tutti degli ottimi musicisti (a detta degli stessi colleghi non loro ammiratori). La sezione ritmica di Jeff & Matt è impeccabile. Le chitarre di Stone & Mike si completano. La voce e il carisma di Eddie chiudono il cerchio perfetto.

3) Live: la loro dimensione dal vivo è più unica che rara. Nessun effetto speciale. Solo loro, la musica e il pubblico. Sono ancora e sempre di più la band globale della porta accanto.

4) Forza: vennero dati per morti dopo il tragico suicidio di Kurt Cobain (1994) prima, e dopo la tragedia di Roskilde (2000) poi. Hanno sempre reagito con la normalità della poesia più visceralmente e reattivamente musicale.

5) It’s Evolution, baby: la storia dei Pearl Jam è la storia di molti di noi. Nei loro testi si delinea la crescita non solo artistica, ma anche e soprattutto come esseri umani.

6) Indipendenza: quando la band aveva pochissimi anni di vita, ha sfidato la potentissima Ticketmaster per far abbassare i prezzi di biglietti, senza dimenticarsi di cosa significa avere 20 anni e non poter andare a vedere un concerto. Nell’epoca dell’esplosione di MTV non hanno più fatto video, andandosene per la loro strada. Hanno suonato contro George W. Bush a New York pochi anni dopo il crollo delle Torri Gemelle beccandosi fischi e vedendo gente disertare l’arena. Non si sono fatti intimidire e hanno proseguito.

7) Arte: a partire da Vitalogy (1994) ogni cd ha assunto le sembianze di un vinile (amatissimo dalla band). L’art work viene spesso realizzato dall’esperto Jeff Ament. Una vera manna rispetto alla spettrale desolazione degli mp3.

8) Eterogeneità: tutti hanno portato avanti progetti paralleli. Matt Cameron ha addirittura ripreso posto nei tamburi dei Soundgarden, ma questo non ha minimamente intaccato la coesione e l’alchimia della band.

9) Temple of The Dog: con Matt ai tamburi, è probabile che presto o tardi divideranno un tour con i Soundgarden e sarà inevitabile che Chris Cornell si unisca a loro sul palco per suonare qualche pezzo dei Temple of the Dog, in eternal memory of Andy Wood.

10) Amiciza: di loro e di noi. Sono poche le band rimaste sempre le stesse da oltre vent'anni senza essersi mai prese pause. Dopo Dave Abbruzzese, alla batteria dei PJ si sono seduti Jack Irons (amico della band) e dal 1998 è subentrato in pianta stabile Matt Cameron, che li ha visti crescere. Per il resto sono sempre stati loro: Mike McCready, Eddie Vedder, Stone Gossard e Jeff Ament. Sono una famiglia. Un valore che si trasmette anche ai fan. Non si può essere fan dei Pearl Jam senza condividerne le battaglie e/o i valori. O meglio, si può ma non è la stessa cosa.

E se ancor oggi ti capita di avere la pelle d'oca anche solo guardando l’oceano di notte, non sarà difficile che le prime immagini che ti passino nella mente e nell'anima siano quelle di una loro canzone ascoltata insieme a una persona speciale. O anche da soli ma comunque veri... The ocean is full cause everyone's crying/ The full moon is looking for friends at hightide/ The sorrow grows bigger when the sorrow's denied/ I only know my mind/ I am mine

La storia continua.

Pearl Jam (da sx): Mike McCready, Jeff Ament, Matt Cameron,
Eddie Vedder e Stone Gossard
Atmosfera alla Hunger Strike sulla spiaggia di La Push (Wa, USA) © Luca Ferrari
La Push (Wa, USA) © Luca Ferrari

venerdì 12 luglio 2013

Neil Young, Old Crazy Horse

Neil Young & Crazy Horse in tour
È la storia della musica. Neil Young (Toronto '45). Il grande vecchio del rock. Album solisti. Live. Raccolte. Colonne sonore.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fororeporter – web writer
 
Neil Young.  Membro dei Buffalo Springfield, del supergruppo Crosby, Stills, Nash & Young. Un album a metà anni ’90 con i Pearl Jam (Mirror Ball) e un ruolo fondamentale per la continuazione della storia della band. Una storia infinita con i Crazy Horse. L’ultimo album insieme, nel 2012, Psychedelic Pill.

Dal 1986, insieme alla moglie Pegi, organizza ogni ottobre-novembre a Mountain View (California) il concerto benefico Bridge School Benefit, per raccogliere fondi per i bambini disabili. Con la sola eccezione del 1987, l’evento si è sempre svolto potendo contare sul contributo di moltissimi grandi artisti. Nell’edizione 2012 si esibirono Neil Young and Crazy Horse, Guns n’ Roses, Eddie Vedder, Jack White, The Flaming Lips, Sarah McLachlan, Foster the People, Lucinda Williams, Steve Martin and the Steep Canyon Rangers, k.d. lang and the Siss Boom Bang, Gary Clark Jr. e Ray LaMontagne.

Dopo un’assenza lunga 12 anni, Neil Young & Crazy Horse (Frank "Poncho" Sampedro, Billy Talbot, Ralph Molina) suoneranno live in Italia giovedì 25 luglio in Piazza Napoleone al Lucca Summer Festival e l’indomani (26.07) all’Ippodromo delle Capannelle in occasione del Rock in Roma.

Guarda il video Harvest Moon di Neil Young

Neil Young è pronto per l'Italia

giovedì 6 giugno 2013

Amnesty International, voci di libertà

Amnesty International, Voci per la libertà
Dove c'è una dittatura c'è Amnesty International pronta a condannarla. Da anni l'associazione umanitaria promuove il premio Voci per la libertà.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer

La Turchia brucia nella mano omicida di Recip Erdogan ma la comunità di pace occidentale insolitamente resta a casa. Nessuna mobilitazione. Nessuna manifestazione. Non tutti per fortuna sguazzano nell’ipocrisia. Amnesty International ha un solo interlocutore: i diritti umani. 

E sono loro il tema del concorso canoro Voci per la Libertà, il cui Premio Amnesty Italia è stata vinto dalla canzone Gerardo Nuvola ‘e povere’ di Enzo Avitabile e Francesco Guccini. Un premio questo nato nel 2003 da Amnesty International Italia e dall’associazione culturale Voci per la libertà per premiare il migliore brano sui diritti umani pubblicato nel corso dell’anno precedente. 

Nelle scorse edizioni il premio fu assegnato a Il mio nemico di Daniele Silvestri, Pane e coraggio di Ivano Fossati, Ebano dei Modena City Ramblers, Rwanda di Paola Turci, Occhiali rotti di Samuele Bersani, Canenero dei Subsonica, Lettere di soldati di Vinicio Capossela, Mio zio di Carmen Consoli, Genova brucia di Simone Cristicchi e Non è un film di Fiorella Mannoia e Frankie HI-NRG.

La premiazione avrà luogo sul palco di Rosolina Mare (Rovigo) domenica 21 luglio, nel corso della serata finale della XVI edizione di Voci per la libertà - Una canzone per Amnesty, festival che inizierà il 19 luglio.


“Ho voluto raccontare la storia di Gerardo, un ragazzo di Maddaloni, che lascia la sua terra, la sua casa, la sua famiglia per trovare inaspettatamente e prematuramente la sua fine sul lavoro” spiega il cantautore napoletano, Enzo Avitabile, ribattezzato il John Lennon italiano dal regista Jonathan Demme alla 69° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, “Morti bianche? Si anche, ma è la storia di tutti i fuori di vista, di ogni punto a svantaggio del mondo,che pur credendo nei sogni e nelle probabilità, devono fare i conti con i soprusi, le ingiustizie e le discriminazioni, di cui ogni giorno la storia del mondo ne e’ testimone da sempre. Un requiem a tutti i ‘nessuno’ che in questo loro passaggio da uomo non hanno nome e volto: nuvole di polvere”.

“La storia l'ha ideata e proposta Enzo” ha poi aggiunto il collega romagnolo, “quella di un uomo del Sud costretto a lasciare la propria casa per un lavoro al Nord, in un mondo estraneo e lontano dalla propria terra. Io mi sono immedesimato in un conoscente del protagonista: il mio personaggio sapeva per certo che Gerardo era una brava persona e un valido lavoratore. Ho riflettuto su quali potessero essere i pensieri di colui che assiste alle difficoltà e al destino davvero duro di un altro uomo e, sentendo le sue traversie così vicine, ho scelto di interpretarli in modenese, la mia lingua’


La canzone vincitrice è stata scelta da una giuria specializzata comprendente Gio’ Alajmo (Il Gazzettino), Luca Barbieri (Corriere del Veneto), Alessandro Besselva Averame (Il Mucchio), Francesca Cheyenne (RTL 102.5), Gianmaurizio Foderaro (Radio 1), Giorgio Galleano (Rai 3), Federico Guglielmi (Il Mucchio, Audioreview), Michele Lionello (Voci per la Liberta’), Enrico Maria Magli (Radio 1, Deejay TV), Carlo Mandelli (Ansa), Riccardo Noury (Amnesty International), Andrea Riscassi (Tgr, Annaviva), Alessandra Sacchetta (RaiNews), Giordano Sangiorgi (Meeting degli Indipendenti), Renzo Stefanel (Rockit), Giulia Caterina Trucano (Rolling Stone), Christine Weise (Amnesty International) e Savino Zaba (Rai 1, Radio 2).

“In questo brano bi-dialettale c’è la difficoltà della migrazione e del ripartire da zero, lasciando a casa lingua, memoria, affetti, radici” ha affermato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, “Ripartire è un paradigma dell'esperienza che conduce a una esplorazione di nuovi luoghi ma anche di nuovi paesaggi interiori e non e’ mai indolore. Nel caso di ‘Gerardo Nuvola ‘e povere’, quest’esplorazione si chiude con la morte sul lavoro, di lavoro. Una fine non inconsueta, purtroppo”.

mercoledì 27 marzo 2013

Jason Newsted, here's the Metal

il possente bassista Jason Newsted
Abbandonati i Metallica, il possente bassista Jason Newsted è tornato con un nuovo singolo. E aprirà lo show milanese degli Slayer.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer

È stata l’ultima vera anima heavy metal dei Metallica. Le sue instancabili quattro corde hanno risuonato negli album ...And Justice for All (1988), Metallica (1991), Load (1996), Reload (1997), Garage Inc. (1998) e S&M (1999), quest’ultimo un doppio cd live con il meglio del repertorio della band interpretato insieme all’orchestra sinfonica di San Francisco diretta dal Michael Kamen.

Dopo la rottura con Hetfield e soci, il bassista Jason Newsted ha dato vita a due progetti: gli Echobrain prima e i Voivod poi, con cui ha realizzato tre album ciascuno.

Oggi, dopo qualche tempo di silenzio, il possente bassista originario di Battle Creek (Michigan) è tornato con un EP dall’eloquente nome Metal (2013, Chophouse Records). Quattro le tracce presenti: Soldierhead (4:16, di cui è anche uscito il videoclip), Godsnake (5:16), King of the Underdogs (6:00) e Skyscraper (6:36).

In occasione del tour della trash metal band Slayer, Jason sarà lo special guest per la quarta e ultima tappa italiana. Dopo Padova (Gran Teatro Geox, 15 giugno), Roma (Atlantico, 17 giugno) e Firenze (Obihall, 18 giugno), il bassista/cantante Tom Araya, il batterista Dave Lombardo e i chitarristi Jeff Hanneman e Kerry King saranno preceduti nel loro live milanese, all’Alcatraz mercoledì 19 giugno, da Jason Newsted.

Slayer: (da sx) Jeff Hanneman, Kerry King, Dave Lombardo e Tom Araya © Mark Seliger

domenica 24 marzo 2013

Touch me I’m Mudhoney

i Mudhoney live
Soundgarden, Alice in Chains, Brad e perfino un cofanetto dei Mad Season. Adesso tocca ai Mudhoney. Il sound di Seattle è più in forma e vivo che mai.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer

Il 13 novembre scorso è uscito King Animal, 6° album dei riuniti Soundgarden. Martedì 2 aprile prossimo invece, sarà la volta di Vanishing Point (2013, Sub Pop) dei “mai-scioltisi” Mudhoney, la band in cui avrebbe voluto suonare Kurt Cobain (1967-1994). 

Nuove produzioni in arrivo anche di Alice in Chains, Mad Season mentre non ci sono ancora notizie certe sull’undicesimo lavoro dei Pearl Jam. Il 2013 è iniziato all’insegna della sontuosa performance dei Brad ai Magazzini Generali di Milano.

Adesso è il turno delle ruvide alchimie punk rock di Mark Arm, Steve Turner, Guy Maddison e Dan Peters. Negli ultimi anni hanno bazzicato l’Europa in più occasioni con show energici e sempre molto applauditi. Quest’anno suoneranno live in Germania, Danimarca, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Croazia, Svizzera e Italia. Un’unica data nel Belpaese, venerdì 31 maggio al Viper Theatre di Firenze (inizio concerto h. 21).

Touch me I'm sick, by Mudhoney

Mudhoney (Mark Am) live New Age © Luca Ferrari
l'intervista a Mark Arm e Steve Turner del giornalista Luca Ferrari per La Vetrina di Venezia
Mudhoney (Steve Turner) live New Age © Luca Ferrari

Mudhoney European Tour 2013

venerdì 15 marzo 2013

Irlanda in Festa, St. Patrick’s Day

Irlanda in festa 2013
Oltre 20 ore di musica in 3 giorni, birra, cibo tipico, eventi culturali. Per la prima volta al Gran Teatro Geox è di scena l'Irlanda in Festa.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Irlanda in Festa, St Patrick’s Day – Padova 2013, è il nuovo evento dedicato all’immenso mondo celtico d’Irlanda, un progetto che renderà la città scaligera la capitale dei festeggiamenti di San Patrizio con un format unico fatto di musica e cultura, arte e sport. Un’occasione d’incontro per tutti, dal momento che riunirà, nel Gran Teatro Geox, non solo appassionati di musica celtica e folklore popolare, ma anche giovani, studenti e famiglie.

Per le famiglie ci sarà uno spazio dedicato con i grandi gonfiabili di Mappaluna, dove i più piccoli possono scatenarsi in totale sicurezza e anche i grandi divertirsi, cavalcando il toro meccanico o provando la rete elastica; l’apertura a pranzo, sia sabato, sia domenica, è mirata proprio a offrire un momento di aggregazione a ingresso gratuito, con musica e piatti sani. Patrocinato da Provincia di Padova, Comune di Padova, Esu e dall’Ambasciata Irlandese, Irlanda in Festa si propone come un evento per tutti: “L’intento è di far diventare questo appuntamento" dichiarano gli organizzatori, "uno dei più importanti in Italia per quanto riguarda la cultura e le tradizioni irlandesi. Vogliamo coinvolgere tutta la città e richiamare appassionati da tutto il Veneto.

Il Gran Teatro Geox, allestito come un grande pub, proporrà un menù che prevede lo stufato di manzo alla Guinness, la lombata di maiale cotta con cavolo, il colcannon, lo stinco allo spiedo con patate fritte, il galletto alla brace, grigliata mista, salsiccia, fritti, würstel e dessert con applepie, baileys, cheesecake e l’immancabile fish and chips. E naturalmente birra: lager, bitter e stout, anche non pastorizzata.

Sempre aperte pub, birrerie, pizzeria, paninoteca e snack spritz aperitivi anche nel foyer. La regia del ristorante irlandese è dello chef Damien O’Shea da Cork. Sarà dedicato spazio anche alla letteratura irlandese, in collaborazione con la libreria La Forma del Libro, ai balli tradizionali, con la scuola Black Sheep, alla lettura delle rune e a tutto ciò che rende speciale la verde isola dell’Atlantico, inclusi i divertentissimi giochi gaelici.


Domenica alle h. 18 la giornalista di Rai News 24, Silvia Calamati, una delle maggiori esperte in Italia della questione irlandese, condurrà un incontro dedicato alla storia di Bobby Sands. Spazio anche alle immancabili freccette: in collaborazione con l’associazione Open Dart Fics saranno organizzati anche due tornei, venerdì alle 21 e domenica alle 15; nel corso della manifestazione l’area freccette sarà invece liberamente accessibile.

Si inizierà a celebrare la ricorrenza il 15 marzo alle 18 con un programma musicale, artistico e culinario molto vario, ma con una attenzione particolare alle musica folk e celtica, con band provenienti da tutta Europa: si alterneranno sul palco nomi come gli irlandesi Fasta, gli spagnoli de La troba kung fu, o gli italiani Lennon Kelly e Diaduit. Sabato salirà sul palco Cisco, ex-Modena City Ramblers, seguito dai Selfish Murphy’s, dall’Ungheria, e molte altre band che inseguono i ritmi della musica irlandese, come i Dirty Old band o i Parto delle nuvole pesanti. Domenica gli olandesi dell’Amsterdam Klemzer Band, gli irlandesi Young Folk, gli italiani Mozoltov e i turchi Bandista. Alle 17 un ascolto guidato del miglior rock irlandese con il giornalista e critico Alessandro Liccardo.

Spazio anche all’elezione di Miss Geox Irlanda, che, sabato e domenica sera, premierà la ragazza che meglio incarna lo spirito della festa di San Patrizio; in palio un volo aereo andata e ritorno per una destinazione a scelta in Europa e molti altri premi. Sabato sarà anche allestito un maxi-schermo per seguire la partita del Sei Nazioni 2013 Italia vs Irlanda che si disputerà all’Olimpico di Roma; terzo tempo garantito! Il programma serale sarà trasmesso in diretta streaming nel sito www.zedlive.com. Sarà disponibile un servizio navetta su prenotazione attraverso il sito zedlive.com

San Patrizio è il santo patrono d’Irlanda: si festeggia il 17 marzo nel giorno della sua morte. La festa è sempre stata un’importantissima ricorrenza religiosa in Irlanda ma solo negli anni ultimi anni ha assunto i toni folkloristici e festaioli che si vedono oggi in tutto il mondo.

Oltre al classico “Slainté” (che in gaelico significa “salute”), ci sono diverse formule di buon augurio per brindare a San Patrizio. Tra le più famose, ci sono “Che tu abbia le tasche pesanti e il cuore leggero, che la fortuna si prenda cura di te giorno e notte”, e “Che il tetto non caschi mai sopra le nostre teste e che noi amici sotto non litighiamo”) fino al culinario “Una trota nella pentola è meglio che un salmone nel mare”.

mercoledì 13 marzo 2013

Canzoni, la mia storia tra le righe


Canzoni che hanno segnato un’esistenza. Canzoni che ci accompagneranno per tutta la vita. Viaggio tra le righe della loro storia e dei ricordi personali.

di Luca Ferrari

Chi nella propria esistenza non ha le sue canzoni, quelle capaci di spalancare botole temporali e sentimentali? Viaggi impensabili. Soggettivi e speciali. Ascolto la placida Coccodrilli di Samuele Bersani e mi rivedo in treno verso la città di Liverpool. Dagli anni '80 al terzo millennio. Fino ad allora ignorata, ecco The Goonies 'R' Good Enough di Cindy Lauper e mi rivedo nel 2012 negli Stati Uniti in giro per l’Oregon.

Sarà che la prima rivista musicale che lessi fu Hard! e ne fui marchiato a fuoco dalla sezione "Between the Lines" dove venivano rivelati gli aneddoti delle canzoni più famose (Sweet Child o’ Mine, One, Smells Like Teen Spirit, etc.), fatto sta che oggi è arrivato il mio turno. Raccontare le canzoni. A modo mio, s’intende.

Ma farò di più del dire qualcosa sulla storia, il cd, la band, etc. perché una canzone non può essere solo una sequenza d’informazioni e per quanto belle possano essere le varie Smoke on the Water (Deep Purple), Stairway to Heaven (Led Zeppelin), Pure morning (Placebo) o la malefica versione di Sweet Dreams dei Marilyn Manson che sia, non vi diranno niente se non ci sarà un ricordo. Un momento particolare vissuto insieme a loro.

Ovviamente se qualcuno volesse raccontarmi la sua di canzone, Live on Two Hands è a disposizione. A dare il battesimo a questa sezione, la tonante Cochise (2002) degli Audioslave e posso già anticipare che nel corso dei prossimi mesi seguiranno i viaggi umano-musicali di War of Man (Neil Young), Freedom (Timoria), Jeremy (Pearl Jam), E-Bow the Letter (R.E.M. & Patty Smith), I fought the Law (Clash) e tante tante altre ancora.

I only know my mind
I am mine

I am Mine, by Pearl Jam

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