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sabato 21 dicembre 2019

All I Want for Christmas is Mariah Carey

Mariah Carey
Una candida corsa insieme a Babbo Natale e le renne sulla neve. Un sorriso sincero. Mariah Carey e All I Want for Christmas Is You sono un trionfo di sincera dolcezza natalizia.

di Luca Ferrari

Leggiadria. Raffinata bellezza. Spensieratezza. Il natale canoro di Mariah Carey è qualcosa che conquista. Troppo accattivante la musica. Troppo dolce lei nello sguardo e nelle movenze e una canzone, All I Want for Christmas is You, capace di entrare nel cuore anche dei più duri e riottosi. Era l'inverno 1995-96, in un gravoso universo oscuro fatto in particolare di canzoni di MetallicaAlice in Chains, Nirvana, Megadeth e le strazianti lyrics di Pearl Jam, in mezzo c'era anche lei. Tenero bagliore (argine) in un universo personale ormai dilaniato da sentimenti difficili e appassiti, consapevolezza di un mondo votato all'autodistruzione.

L'album Merry Christmas uscì a, nel 1994. La cantante newyorchese, all'epoca ventiquattrenne, lo dedicò interamente al natale. Lei, Mariah Carey, con quel suo candido correre in mezzo alla neve, riusciva a farmi sognare qualcosa di differente. Quello era un tempo dove il 25 dicembre aveva smesso di essere un momento di gioia e condivisione. Più di tanti altri giorni, i demoni della solitudine e di un futuro impossibile, non mi diedero tregua neanche in quella notte. Lì nel mezzo di quella tormenta di pietre, c'era anche lei. Da sempre amante & fabbricatore di mix di canzoni, nella mia Winter 95/96 di 120 minuti aveva trovato posto Mariah Carey,

Mariah Carey esce dal camino. Gioca con Babbo Natale. Tutta vestita di rosso, scende con la slitta e incespica nel manto bianco. E' giovane. Era impossibile non guardarla senza sentirsi pervasi da una carezza  di dolcezza. Niente luoghi comuni. 4 minuti di emozioni innocenti a prova di qualsiasi funesto pensiero. Quell'album poi, lo comperai finalmente anche in cd. Parecchi anni dopo, durante la mia prima traversata atlantica in terra statunitense. Lo acquistai poco prima di tornare a casa, all'aeroporto Newark dopo aver ammirato le nevi amichevoli della Pennsylvania. Quella però, è un'altra storia musicale. Per il momento, buon natale a tutti.


TUTTO QUELLO CHE VOLEVO ERA UN FRAGILE DOMANI

Cadono strali dentro il cielo… L’indifferenza
ha bruciato
l’ultimo gradino della terra rimasta… Provo
a guardami indietro… Gioco
a dadi senza regole
nascosto nel gelo dei tanti ieri
incatenati... un senso di ripartenza
monocorde… Provo
a prendermi per mano, ma
non posso andare avanti ancora per
molto… Qualcosa sta finendo,
qualcosa si è già spento per sempre…
Le stelle in quel tempo
non erano diverse da quei sogni
svenduti per una scialuppa
senza imbarcazione… E tu cosa ci facevi là
in mezzo? In che modo
il deserto prese a germogliare
sui rostri minacciosi
di un'epidemia emotiva e sminuzzata?
Le direzioni del mondo
erano tutti
nemici del mio buongiorno… Tu 
eri là, a chiedermi
di tornare… A ispirarmi
di rimanere sulla sabbia
senza rendere le mie orme
un implume naufragio
senza circostanze
né tazze di cioccolato… Mi
ricordo di te,
anche se non ci siamo mai
incontrati… Mi ricordo
di quelle notti
dove esistevano solo grotte
e luci annacquate
di veleni umani… Ricordo il silenzio
assordante della mia vita
e le tue parole
avevano la forza di saltellare spensierate
nell’infinita e quotidiana apocalisse
(Venezia, 21 Dicembre ’19)

All I Want For Christmas Is You, by Mariah Carey

lunedì 16 dicembre 2019

The Corrs – Solo quando vivo

The Corrs live Unplugged
Rintocchi acustici di una moderna e inaspettata fiaba invernale. Il domani è arrivato oggi, più dolce che mai. A scriverne e cantarne gli accordi, il folk unplugged degli irlandesi The Corrs.

di Luca Ferrari

Il 1999 fu un'annata eccezionale per il rock. Segnò il ritorno di John Frusciante nei Red Hot Chili Peppers e loro nuovo album (grandioso) Californication. Continuò la sua ascesa Marilyn Manson che diede alle stampe il primo live ufficiale, The Last Tour on Earth. Fu l'anno anche dei nuovi lavori di Skunk Anansie (Charlie Big Potato), Stone Temple Pilots (No. 4), Blur (13), Nine Inch Nails (The Fragile) e quella che sarebbe stata l'ultima opera dei Rage Against The Machine, Battle of L.A. In questo variegato contesto musicale si consacrò definitivamente la band irlandes The Corrs, interprete di un rock folk elegante e delicato.

Dopo i primi due album fino ad allora sconosciuti al grande pubblico (Forgiven Not Forgotten, 1995; Talk on Corners, 1997), nel 1999 uscì l'Unplugged. 14 canzoni aperte da Only When I Sleep e chiuso con la cover degli immortali R.E.M. Everyody Hurts, una pietra miliare nella discografia dei quattro di Athens e il cui indimenticabile videoclip vedeva il cantante Michael Stipe intonare malinconico in mezzo al traffico di automobili. Lì nel mezzo, altre placide ballate a cominciare da Radio. Fu proprio lei la canzone suonata dal vivo sul palco degli MTV Europe Musica Awards di Dublino a farmi saltare sul divano chiedendomi chi mai fosse questa band.

Radio mi conquistò con una facilità disarmante ritrovando sonorità alla Eddie Brickell & New Bohemians. But it's only when I sleep/ See you in my dreams canta la voce melodica di Andrea Corr, supportata dalle due sorelle Caroline (batteria, pianoforte) e Sharon (violino, seconda voce) insieme al fratello Jim (chitarra, tastiere). Il 1999 fu un anno magico nella mia vita e se fino a pochi mesi prima, avrei potuto al massimo sognare la felicità nella dimensione più lontanamente onirica, questo era un tempo nuovo. Il tempo degli amici dell'Univesità Internazionale dell'Arte di Venezia. Il tempo per scrivere che la felicità era la vita del presente. E così fu.


I SOGNI APRONO IL SIPARIO SULLA VITA
  
Mi sento cullare, sono forse
all'origine di un'emozione?
Ho perso l’abitudine di provocare le onde
senza contrariare 
quelle spiagge
che ancora
non sono in grado di riconoscere… Tutto
quello che ho immaginato
della vita adesso sento di poterlo
rintracciare ricominciando
da una scalinata
perpendicolare a un odore di resina
e orizzonte
… Non so chi siate
e sono arrabbiato all’idea
di non poter decidere il tempo
che staremo vicini
gli uni agli altri… Defilato
come una sedia
senza spazi cui rapportarsi,
in un angolo aperto
senza limitazioni o chiodi
cui affidare la mia estenuante sensazione
di perpetuo isolamento…
Sarebbe dovuta
essere una delle tante
terre di mezzo… Ho
c(r)eduto alla sincerità
delle nostre prime parole,
e poi ne sono seguite altre… Pensavate
davvero di fermarmi
solo perché non ci fossero colline
nel domani dei miei ideali?
Me la racconto, ve lo confido
… Oggi scriverò una fiaba. Non mi
sono svegliato
con questo pensiero, mi
sono deciso
al nostro primo incontro... Come
proseguirà, è già la nostra vita
insieme
(Venezia, 15 Dicembre ’19)

Only When I Sleep, Unplugged by The Corrs

venerdì 8 novembre 2019

Scorpions, i sogni di Wind Of Change

Klaus Meine, il cantante degli Scorpions, intona Wind of Change
Il 9 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino e la Guerra Fredda finì. Una canzone immortalò quel periodo e quel momento storico, Wind of Change dei tedeschi Scorpions.

di Luca Ferrari

Si, il 9 novembre 1989 abbiamo creduto che il mondo potesse davvero cambiare per sempre. Il muro di Berlino era caduto. Est e Ovest finalmente si poterono riabbracciare. Quell'evento toccò milioni di persone di tutto il mondo, incluso Klaus Meine, cantante della metal band tedesca Scorpions, da poco esibitisi insieme a Motley Crue, Bon Jovi, Skid Row, Ozzy Osbourne e Cinderella al Moscow Music Peace Festival. Un evento quest'ultimo inimmaginabile fino a pochi anni prima, esattamente come immaginare il muro di Berlino abbattuto dalla pacifica rivoluzione di un mondo che aveva voglia di proseguire insieme e unito.

Un fischio. Un ricordo vissuto in prima persona aldilà della cortina di ferro. Il mondo stava svoltando e  anche il rock diede il suo contributo a quel vento di libertà e cambiamento. Tratto dall'album Crazy World (1990), Wind of Change inizia la sua melodia-tributo a un'epoca in cui l'uomo ebbe la meglio sul potere. Sfilano le immagini della band dal vivo nel videolcip. Sfilano le immagino del mondo dal vivo. Le prime parole ispirate a un ricordo del cantante che vide un soldato dell'Armata Rossa commuoversi fino alle lacrime nell'ascoltare una loro canzone.

Il videoclip è un susseguirsi di immagini storiche di quel periodo. Dalle rivoluzioni pacifiche nell'est europeo (inclusa la Romania, anche se lì la situazione fu un po' diversa) alla stretta di mano tra il Presidente dell'URSS, Mikhail Gorbaciov e Papa Giovanni Paolo II, passando per i carro armati cinesi di Piazza Tienanmen, rivoluzione poi sedata nel sangue. E in mezzo alle incursioni in terra sovietica degli Scorpions, ovviamente c'è anche lui. Il muro di Berlino. Prima e dopo ma soprattutto dopo, quando finalmente si apre e le persone aldilà e al di qua poterono tornare a guardarsi negli occhi libere.

E poi c'è lui, quell'assolo. L'assolo tra i più grandiosi della storia del rock. Insieme alla chitarra di Kirk Hammet (Metallica) di Master of Puppets e quella di David Gilmour (Pink Floyd) in High Hopes, ci sono anche gli Scorpions con una canzone che fotografò il tramonto di un'epoca e l'inizio di una nuova era. A prodigarsi in questa cavalcata sonora però non fu il chitarrista solista Matias Jabs ma il collega addetto allo strumento ritmico, Rudolf Shenkter, fondatore della band. Impossibile ascoltare queste note senza guardarsi indietro ed essere pervasi da un'ondata di lacrime ed emozioni, per quello che è successo e ciò che deve ancora succedere.

Prima dell'avvento degli smartphone, a ogni canzone d'atmosfera si tirava fuori un accendino quando le luci si spegnevano. Un rito che ancora pochi romantici hanno il coraggio di ripetere. Gli accendini sono protagonisti anche nel corso del videoclip di Wind of Change e ancor di più in conclusione, con una luce a illuminare l'intero Pianeta Terra, come una speranza per tutto il mondo scandita dal quel linguaggio universale di libertà che è la musica rock. In quel 9 novembre 1989 c'era nell'aria qualcosa di unico. Qualcosa che forse nessuno avrebbe mai immaginato di poter assistere e vivere. No, non era un sogno. Era tutto "fottutamente" reale.

Quattro anni dopo quel sogno di ritrovata unità europea sarebbe stato spazzato via da un'esplosione. La distruzione questa volta assunse tutt'altro significato. Il 9 novembre 1993, nello scontro mortale che insanguinava i Balcani, la città di Mostar in Bosnia era presa d'assalto dalle truppe secessioniste croate che fecero saltare lo storico ponte Stari most. Un gesto fortemente emblematico per sancire la divisione forzata di due comunità: quella cristiana da una parte, e quella musulmana dall'altra. Un gesto che ancora oggi nel 2019 trova tragici proseliti politici (Italia inclusa).

Take me to the magic of the moment on a glory night, where the children of tomorrow dream away in the wind of change/ ... Finisce così l'immortale Wind of Change degli Scorpions. Forse in quel 1989 non ero propriamente un bambino ma un ragazzino lo ero, e dunque mi sento chiamato in causa in questa canzone. Anch'io come tanti miei coetanei ho sognato un futuro migliore ma ormai sognare non basta più. Tocca a loro, a quei Children of Tomorrow dare concreta speranza perché il vento del cambiamento coinvolga e unisca il mondo interno.


SIAMO NOI QUEI CHILDREN OF TOMORROW

Ci siamo guardati da lontano.
Una strada in comune,
poteva essere abbastanza per le nostre
lettere intercettate?... Guardai
oltre la sabbia dei fari
e quando fu il giorno di ricominciare,
in troppi si affrettarono a predire
che nessuno
ci avrebbe più diviso...

Quante generazioni hanno lasciato morire
sui nuovi confini? Non voglio
arrogarmi il diritto di fare
del presente una diaspora realistica
con meno speranza
ma è esattamente
quello che stiamo subendo...

E quel giorno ci guardammo negli occhi
ancora increduli
del silenzio dei fucili... Ma quel giorno
ci guardammo in esaltante salti
nel definitivo silenzio
dell'isolamento... Ma quel giorno
fummo benedetti da una gloria
che nessuno si sarebbe mai sognato
di sfilarci dalle nostre mani... Ma
quel giorno
abbiamo davvero provato a fare
a meno del sangue
o il giorno dopo abbiamo solo ricominciato
a chiamare con altri nomi
chi non si rifletteva in noi? ...

Sono emozionato... impaurito... Mi sento
un po' disperso e poco soddisfatto di ciò
che non abbiamo compiuto... Mi dareste ancora un giorno
di quel bambino? Mi dareste
ancora una vita
per quei bambini?… Adesso voglio quei giorni
e me li prendo...
(Venezia, 8 Novembre 2019)


Wind of Change, videoclip by Scorpions
Wind of Change, videoclip by Scorpions - l'epopea del Muro di Berlino
Wind of Change, videoclip by Scorpions - l'epopea del Muro di Berlino
Wind of Change, videoclip by Scorpions - i carro armati a piazza Tienanmen (Cina) 
Wind of Change, videoclip by Scorpions - la nave petrolifera che riversò nell'oceano tonnellate di petrolio
Wind of Change, videoclip by Scorpions - gli accendini per illuminare l'oscurità durante le canzoni d'atmosfera
Wind of Change, videoclip by Scorpions - il bassista Francis Buchholz
Wind of Change, videoclip by Scorpions - la rock band tedesca durante il Moscow Music Peace Festival
Wind of Change, videoclip by Scorpions - il chitarrista Rudolf Schenker
Wind of Change, videoclip by Scorpions - il crollo del muro di Berlino
Wind of Change, videoclip by Scorpions - si rompe il muro di Berlino
Wind of Change, videoclip by Scorpions - il chitarrista Rudolf Shenker con sfondo del muro di Berlino
Wind of Change, videoclip by Scorpions - un accendino illumina il Pianeta Terra

lunedì 21 ottobre 2019

Mudhoney, un'intervista sincera

Il giornalista Luca Ferrari tra Mark Arm Steve Turner dei Mudhoney
Dieci anni fa, al New Age Club di Roncade, intervistai i Mudhoney. Musicisti autentici e pionieri di quel sound di Seattle che per l'ultima volta rese il rock immortale.

di Luca Ferrari

Dieci anni dopo quell'intervista, ancora oggi ne ricordo l'emozione unica. E come non poteva essere? Per la prima volta in vita mia incontravo qualcuno che aveva davvero lasciato un'impronta artistica dentro di me, i Mudhoney. La band che m'ispirò simpatia fin da quando vidi una foto nel lontano 1994. Loro, i Mudhoney. La band che fu fondamentale per l'esplosione del sound di Seattle. Loro, i Mudhoney, rimasti sempre nelle retrovie della popolarità ma da sempre seguiti da fan fedelissimi che hanno premiato il loro genuino punk rock distorto. Dieci anni fa, il mio taccuino era aperto al New Age di Roncade (Tv) davanti a Mark Arm e Steve Turner, cantante e chitarrista dei Mudhoney.

Prima ancora del leggendario Superfuzz BigMuff (1990), alle mie orecchie arrivò Piece of Cake (1992) dove troneggiavano le varie Suck You Dry, No End in Sight e Blinding Sun. Eppure per il sottoscritto, la per-certi-versi-anonima When in Rome mi entrò nel cuore, ancor prima che nell'anima. Istintivamente mi rappresentò quello che era il sound dei Mudhoney, una musica sincera e fraterna. E così, quando chiesi ai due musicisti se ci fosse una canzone che a loro in particolare piacesse suonare, dopo la suddetta premessa che raccontai anche a loro, Mark Arm sorridente mi disse: When in Rome. Non era vero e lo sapevamo tutti, ma fu davvero gentile a dirmelo.

Mark e Steve erano quelle persone semplici che avevo sempre immaginato. Super-ammirati da Kurt Cobain dei Nirvana, la band nacque dalle ceneri dei grandiosi Green River, la cui altra metà della band, tali Stone Gossard e Jeff Ament, avrebbero fondato prima i Mother Love Bone e dopo la tragica scomparsa del loro cantante Andy Wood, una band di nome Pearl Jam. Resto una mezz'oretta con loro, ribadisco ancora una volta, emozionato come mai mi è capitato in 17 anni di attività giornalistica. Lo storico bassista Matt Lukin non c'è più, sostituto dall'egregio Guy Maddison. Alla batteria invece c'è sempre Dan Peters.

(Now it's all burned down) Who can you trust?/  (Now it's all burned down) How come you're still alive? (Now it's all burned down) Where can you sleep tonight? suonano in Mudoney in When in Rome: Ora che tutto è ridotto in cenere, di chi ci possiamo fidare? Ora che tutto è ridotto in cenere, come possiamo essere ancora vivi? Ora che tutto è ridotto in cenere, dove dormiremo stanotte? Una tragica profezia che a giudicare dal mondo contemporaneo, assume tinte inquietanti di cosa è già una realtà per centinaia di migliaia di persone, e presto toccherà anche al resto del pianeta.

Roncade, New Age Club. 21 ottobre 2009. Sto intervistando la rock band americana Mudhoney per l'allora rivista cartacea La Vetrina di Venezia. Gli faccio ancora qualche domanda, poi è ora del soundcheck e dunque non resta che vederli dal vivo. Non sono più dei giovanotti ma suonano come meglio non potrebbero con Mark che furoreggia alternandosi tra solo microfono e voce + sei corde. Dagli storici cavalli di battaglia (Touche me I'm sick, Hate the Police, You Got It (Keep It Outta My Face) fino ai pezzi più recenti. Per la cronaca, non eseguono When in Rome ma dentro di me, eccome se l'hanno fatto e vi dirò di più. Insieme a loro c'ero pure io sul palco.


A OLTRANZA D'INNATA DIREZIONE
  
Parole d’idioma comune... gentilezza
senza principi né finalismi
… nessun’ancora al contrario
né corridoi premeditati

Nella fortunata ricaduta della rabbia,
si banchetta
tra innocenze di accadimenti odierni

la passione che nasce da un sentimento
è esattamente
quello che c'è scritto e per ora
non c’è nulla spiegare

Difendersi da un nuovo momento,
quale stupore?
Con una mano attaccata
a una parte della nostra fune di ripiego,
che cosa può ringhiare
ancora il sole?

Non voglio essere
mal consigliato né essere d’intralcio
… A che temperatura
posso diventare essenziale
per proseguire
su questo cammino?

Il giudizio dell’intransigenza
non ha recinti
né autentiche vicissitudini
da barattare

non ho mai creduto
di potermi contraddire
quando urlo di catarsi 
e domani umanamente biunivoci

…eseguo quello che penso
con salutare
isolamento per chi non è mai stato.
Eseguo quello che siamo dentro...

(Roncade [VE], 21 Ottobre '09)

Mudhoney live New Age 2009

New Age Club - Mark Arm e Steve Turner dei Mudhoney© Luca Ferrari 

giovedì 10 ottobre 2019

Miss Sarajevo... Miss Kobane

Il singolo di Miss Sarajevo (The Passengers)/ la devastazione della Siria
L'orrore si ripete. Civili in fuga dalla guerra. Quando arriverà quel tempo intonato da  Bono Pavarotti? Ci proviamo a dare ancora speranza all'umanità con Miss Sarajevo?

di Luca Ferrari

Eccoli, di nuovo. I mastini della guerra contro la popolazione civile. Oggi tocca ai valorosi kurdi in terra Siriana. Un popolo senza una nazione. Un popolo che ha avuto il coraggio e la forza di sconfiggere una massa di assassini spacciati per una fantomatica nazione di stampo religioso, e oggi sono abbandonati nel nome dell'economia. La Turchia è una nazione forte. I kurdi non contano nulla. Tutti a girarsi dall'altra parte, così com'è sempre stato verrebbe da dire in "CivilWariana" memoria (dicasi Guns 'n' Roses).

Brucia la terra siriana mentre le pedine della geopolitica prendono tempo incuranti del sangue già iniziato a sgorgare. E non è stato lo stesso negli ultimi anni nell'ignorato Yemen? E non è stato lo stesso nel Ruanda del genocidio e ancora prima nei Balcani, cuore multietnico d'Europa? La storia si ripete sempre nella sua tragicità. Ma perché sorprendersi? Da tempo ormai soffiano correnti contro il diverso. Una melma di odio e razzismo che punta solo a guardare il proprio misero orticello, facendo dell'umanità una creatura da stuprare senza pietà.

Torna nell'anima la struggente Miss Sarajevo. La voce poetica di Bono (U2) accompagnato dalla fida chitarra di The Edge. La direzione strumentale di Michael Kamen. Le parole dolorose del tenore Luciano Pavarotti. Insieme furono The Passengers per quella Bosnia brutalizzata dal nazionalismo serbo-croato e dall'indifferenza della Comunità Internazionale. Ogni volta che vedo il mio giardino invaso dai bambini a giocare, una parte della mia memoria ripensa a quella guerra. Era così anche per loro, poi iniziò un incubo fatto di sangue e morte.

Oggi è il turno dei Kurdi e la città di Kobane chiedere aiuto. Un aiuto fin'ora inascoltato. Inizio a guardare queste nuove immagini di sangue e mi chiedo: e se accadesse anche qui? Penso a tutte le ragioni per cui ci sentiamo divisi e differenti. Penso a tutte le logiche che decidono chi può vivere in pace. E nell'amore, non so più sperare... cantava un mesto Pavarotti in Miss Sarajevo. Sono passati più di vent'anni da allora e siamo di nuovo punto a capo. Dinnanzi all'ennesimo bagno di sangue umano, come si fa davvero a credere nell'amore? Spiegatemelo voi.


NELLA NUOVA APOCALISSE DI DISUMANITÀ
  
Il tempo si è fermato,
non sento più il suo cuore
accanto a me… La vita
si fa breccia
tra le maree sporcate
di oleosa nerastra umanità

siamo alle solite,
siamo a una nuova apocalisse

Mi hanno teso una mano
e io ho risposto
con un coltello… Mi hanno
chiesto di smettere
e io ho scavato altre buche

A che tempo del mondo
siamo arrivati? … Mare e terra
vomitano cadaveri

Mi sento ancora e già sconfitto
mentre immagino
nuove parole… provo
il silenzio
e l'amnistia delle stelle… Il fischio
della morte
non mi riguarda per oggi, e allora
perché non è così anche per loro?

Adesso è finito
il tempo di sognare
nuovi sorrisi… Adesso
anche per loro
è arrivato l’obbligo
di scomparire… Adesso
anche per loro
è giunto l’ordine
di soffrire… E adesso
siamo ancora arrivati 
a quel - I cannot hope in love anymore
And I cannot wait for love 
anymore - … ancora una volta ci implorano
di non lasciarli morire...

Miss Sarajevo, live by The Passengers

Venezia, giardino con giochi per bambini © Luca Ferrari 

martedì 1 ottobre 2019

Mother Love Bone, I give to you my heartshine

Mother Love Bone © Metallus.it
"Le lacrime sono dei deboli. Bisogna ostentare la forza". Ecco lo schifo di mondo dove facciamo crescere i nostri figli. I give to you my heartshine, piccola creatura. Per info, ascoltare i Mother Love Bone.

di Luca Ferrari

Davvero un posto strano il mondo. In rete sembriamo tutti delle creature impegnate e preoccupate anche per le sorti di un leprotto intrappolato nella neve. Quando però si tratta della vita reale, subito a mettere una benda se le emozioni diventano troppo invadenti e soprattutto, visibili. Val bene i sentimenti, ma che non diano una immagine di poca forza perché il mondo ha solo bisogno di forza e ostentazione. E allora avanti, fatemi vedere chi siete. Quando tornerete a casa e saprete comunicare solo con le applicazioni, vi sentirete davvero realizzati?

Non era nei miei programmi scrivere una simile poesia quest'oggi, poi però accadono cose che ti stordiscono. Senti frasi e inizi a dubitare che chi ha in mano il futuro delle prossime generazioni, li sta solo preparando a un mondo pragmatico senza inondare i loro piccolissimi cuori di forza e amore per le proprie emozioni, anche quelle più struggenti. Anche quelle capaci di ferirti e farti crescere. "Noi non siamo altri che i nostri sentimenti", ci ha tramandato Neil Young. Oggi riparto da lui, traendo lacrime d'amore dal rock dei Mother Love Bone e la cavalcata di Heartshine, qui interpretata dai Temple of The Dog e la voce scomparsa di Chris Cornell.

Grazie per l'ispirazione, fraterno Andy Wood... Yeah, yeah, yeah, yeah give to you my heartshine!


QUELL’IRRIDUCBILE SPLENDORE DEL TUO CUORE


Come procede il mondo,
avete commentato abbastanza per oggi
e le finte lacrime
che state versando,
non sono le stesse che state negando
ai vostri figli di mostrare?

Piccola creatura, devi essere forte
e non mostrare mai tu chi sia… Piccola
creatura, io ti ho messo
al mondo
e non mi devi far sfigurare…

Quando sei pronto
a essere forte per amare?
Quanto sei deciso
a rivelare il tuo cuore?
… Chiunque incontrerai
sulla tua strada
che metta in ridicolo
le tue lacrime, tu
lo saprai affrontare davvero
fino al giorno dopo e oltre

Volete le emozioni
e poi siete le prime
a spingerli negli angoli
quando la luce
diventa troppo amorevole

Vi siete già fatti vedere dal mondo
mentre esprimete cordoglio
per l’estinzione di chi ha già smesso
di sopravvivere?
Qui siamo ancora in tanti
a essere a un passo dalla fine,
e allora perché nessuno
ci sta rivolgendo la parola?
Lo sgorgare delle nostre emozioni
è troppo
per i loro apparati… Tracceremo
un segmento anche per questo,
e poi una retta… Il tuo cuore, 
continuerà a splendere
(Venezia, 1 Ottobre ’19) 

Heartshine (live), cover by Temple of the Dog

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