L'album che rivelò la natura autentica dei Metallica. Una band interessata al mainstream e all'apparenza. Load, il nuovo album dei Metallica segnò la fine dell'anima autentica dei 4 di Frisco.
Il 1996 uscirono dei favolosi album rock ma per assurdo, il peggiore, fu quello a catalizzare maggiore attenzione. Il perché si fa presto a dire. Loro erano i Metallica e Load era il successore del Black Album, il disco che aveva proiettato i 4 di Frisco nell'Olimpo del rock commerciale e sdoganato per sempre l'heavy metal o presunto tale. A far gridare all'orrore, un videoclip "filosofico", Until itSleeps, l'assenza dello storico logo della band con le due M e A bellissime, e peggio che peggio un look che sembrava sputare su tutto quello ci avevano convinto di essere. Con Load i Metallica non solo aprirono un nuovo capitolo delle loro vita ma ci fecero capire che il meglio era ormai passato, che chiunque ormai li avrebbe potuti ascoltare. La tribù era diventata multinazionale e per tutti i puri questo fu un tradimentl
Fioi, go scoperto una nuova band. Xe ciama Meta'ica e i ga fatto sto primo album: lod!
di Luca Ferarri
giovedì 4 giugno 2026
Load, il nuovo album dei Metallica
martedì 12 maggio 2026
Mariah Carey — Always Be My Baby
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| L'incantevole Mariah Carey canta Always Be My Baby |
Voce celestiale, raffinata bellezza. Mariah Carey si dondola dolcemente al chiaro di luna sulle acque del lago, cantando Always Be My Baby.
di Luca Ferrari
"[...] When your days and your nights get a little bit colder,
oh (I know that) you'll be right back, baby
Oh, baby, believe me, it's only a matter of time, time
...
You'll always be a part of me (in my heart)
I'm part of you indefinitely
(oh) Boy, don't you know you can't escape me?
(Yeah) Ooh, darlin', 'cause you'll always be my baby [...]".
Inizio da questo passaggio video-sonoro di Always Be My Baby, quando un'incantevole Mariah Carey guarda verso la telecamera cantando in un trionfo di pura dolcezza umano-musicale. Always Be My Baby è una passeggiata primaverile fra un tramonto esitante e le piante di melissa non ancora sbocciate. Always Be My Baby è una dichiarazione di intimità, una lettera all'infinito più tangibile con la promessa di nuove e profonde radici. Always Be My Baby è un atto di fede prima di addormentarsi. Oggi, quando ascolto ancora Always Be My Baby di Mariah Carey, rivedo la mia giovane innocenza sognare l'amore più delicato. Oggi, quando ascolto Always Be My Baby di Mariah Carey, sento una confidenza diventare la mia più grande ambizione sentimentale. Quando ascolto Always Be My Baby di Mariah Carey, riesco perfino a voltarmi indietro e a credere che non tutto sia andato così male, e che alla fine di ogni lacrima ci sia stato comunque un lieto fine.
Always Be My Baby sbarcò su MTV nella primavera del 1996 e fu amore (incondizionato) a prima vista. Mariah era stupenda. Una soffice chioma castana, vestita di solo jeans e la camicia annodata sopra la vita. Una delicata sensualità da "fidanzatina" della porta accanto. Terzo singolo del disco DayDream (1995), Always Be My Baby fu scritta dalla cantautrice americana insieme al produttore e rapper Jermaine Dupri. L'atmosfera del video è una piccola storia d'amore. Luci soffuse. Riflessi acquei. Una rudimentale altalena e due giovani innamorati che hanno solo voglia di stare insieme. Corrono, tenendosi per mano. Mentre gli altri danzano e socializzano davanti a un fuoco in mezzo alla natura, loro due sono pronti per scambiarsi il primo bacio.
Nel 1996 Mariah Carey tenne alcuni concerti in Europa, ma non in Italia. Avrei voluto andare a vederla ma desistetti a causa della lontananza e degli inevitabili costi. All'epoca andavo sempre ai concerti da solo. Mi sono spesso chiesto cosa sarebbe successo se fossi andato così lontano. Forse non sarei più tornato a casa. Forse avrei trovato il coraggio di rompere definitivamente con tutto e sarebbe stato cruciale sapere che a ispirarmi era stata la dolcezza canora di Mariah Carey. Non accadde. Mi "consolai" con un articolo del suo show olandese che ancora oggi conservo, incollato in una vecchia e molto vissuta agenda. A corredo del servizio, una sua bellissima foto. In perfetta sintonia con il videoclip, al momento di cantare Always Be My Baby, il giornalista scrive: "l'allora 24enne Mariah si presentò al pubblico più sbarazzina: giacca e pantaloni neri, un corpetto zebrato che le lascia la pancia nuda e i capelli sciolti (cit)".
La musica di Always Be My Baby ha sempre avuto il merito di placare l'ardore demoniaco di un rock fin troppo affine alle ferite della mia anima. Se le mie giornate di quell'epoca si destreggiavano incessantemente tra la profondità senza ritorno dei Mad Season e l'immortalità dei Pearl Jam, ogni tanto questa semplice ragazza di Huntington, NY, riusciva nel miracolo di sovvertire gli avamposti della mia profondità. La sua voce era sincera. Arrivava all'improvviso, invitandomi a guardare oltre le invalicabili vette del baratro. Always Be My Baby era molto di più di una poesia senza dedica. Always Be My Baby di Mariah Carey è una passeggiata notturna illuminista dalla luce di tuoni lontani, accoccolato tra romantiche nuvole bigio-biancastre in placido transito del sole.
INEVITABILMENTE, SAREMO FORTI INSIEME
è il mare dentro,
una collana e un naufragio,
oh, non smetterò mai
di soffermarmi
su ciò che ha reso la vita
una storia in cui risvegliarsi
posso raccontarti
qualcosa che non abbiamo ancora vissuto insieme? So ancora
troppo poco di te,
eppure ci siamo comunque
incontrati...
Se oggi lasciassi andare
una scatola vuota
con dentro una lettera ben protetta,
qualcuno direbbe
che ho cambiato idea sul nichilismo e sul mondo in generale… ci pensi mai
a quante volte
siamo stati sul punto
di smetterla per sempre
di ricordare
i sogni che avremmo potuto
districare insieme? Hai mai avuto in mente un momento
in cui avremmo potuto incontrarci
senza doverci dire addio
il giorno stesso?
… In quei miei domani così rassegnati
non c’è mai stata
una franchigia di redenzione,
solo uno spiraglio
di mondi lontani
che un giorno si sarebbero scambiati di posto
per indebitarsi
con un messaggio universale
non ho mai fatto caso
ai fiori cresciuti
lungo le sponde… Adesso
li vedo, e sono certo,
qualcuno li avrà già colti
e sarà andato via... è, è
la dolce inesattezza dell’amore (Venezia, 12 Maggio ‘26)
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| 1996 - un articolo su Mariah Carey ancora conservato in una vecchia agenda © Luca Ferrari |
venerdì 8 maggio 2026
Skid Row, è sempre My Enemy
Ruvida potenza. Energia rock allo stato puro. Dal sottovalutato Subhuman Race (1995), gli Skid Row sprigionano tutta la loro combattiva ribellione nell'iconica My Enemy,
di Luca Ferrari
Sebastian Bach, Rachel Bolan, Dave "Snake" Sabo, Scotti Hill e Rob Affuso erano una vera miscela esplosiva di accordi e acuti. In una fase storica dove il sound di Seattle aveva spazzato via l'hard-rock targato GnR, gli Skid Row divennero uno dei volti più autentici di una nuova epoca. Originari del New Jersey, furono scoperti e lanciati da Mr John Bon Jovi. Solo tre album nella prima fase della loro carriera musicale (proseguita poi senza Bach), in un crescendo di potenza sonora. My enemy, prima track del disco Subhuman Race, è un graffiante viaggio interiore. Non è un caso che il videoclip sia stato girato tutto in bianco e nero con ripetuti primi piani del cantante arrabbiato. Gli Skid Row mi hanno sempre trasmesso una forte sensazione di forza dirompente contro il resto del mondo e anche se la cosa non piaceva, non era un loro problema. D'altronde, You can be my enemy and I don't care, cantavano proprio nella suddetta "My enemy". Sono poche le band così riottose che hanno saputo scrivere una significativa anche se breve pagina di rock.
IL TUO GENOCIDIO NON È IL MIO GENOCIDIO
ho scelto una strada
senza perdono…Sai,
lo faccio ancora
e non è poi tutta questa
gigantografia
ho provato a scappare,
ho provato
a fare della mia innocenza sconvolta
un lascito definibile
ma finivo sempre per scrivere
lettere solitarie
sui prati e invidiare gli aquiloni
a più mani… ed
è bello sapere che
qualcuno ancora si ricorda
delle mie paludi senza regole effimere... ed è confortante
sapere che ancora qualcuno
si chiedeva
perché non riuscissi a immaginare
un domani migliore
sto ancora combattendo
contro di voi… sono ancora
sommerso dal fango delle onde… sto
ancora pensando a quelle rive
mai raggiunte...
non è successo nulla
di quello che dicevate… i confini
hanno cambiato
impugnatura… le malelingue
più dettagliatamente amichevoli
hanno continuato
a narcotizzarci… tutto
viene sempre rimandato
al prossimo cecchino… bussa
pure alla mia porta
con tutta la tua malvagità...ti
sto aspettando,
il presentimento spezzato
non ha nulla a che vedere
con la mia porta...
(Venezia, 8-9 Maggio '26)
Skid Row - My Enemygiovedì 16 aprile 2026
All Apologies - Olocausto interiore
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| Kurt Cobain (1967-1994) e sua figlia Frances |
Il giorno dopo. Il giorno dopo la fine. Il giorno che segnerà per sempre la fine di una vita. In the sun, Married, Buried singhiozza rabbioso Kurt Cobain in All Apologies.
di Luca Ferrari
E adesso?... Ci sono momenti nella vita che cambiano la percezione della nostra intera esistenza. Spartiacque che ti fanno comprendere come da un determinato momento in poi tutto sarà diverso e non ci potrà essere più ritorno alla normalità. Nulla sarà più come prima. Il passato viene totalmente ridisegnato e il futuro... Quale futuro? Mancavano ancora poche settimane e sarebbe potuto essere un nuovo inizio ma non era possibile. Poco dopo il suicidio di Kurt Cobain venne trasmesso uno speciale di una mezz'oretta circa che si concludeva sulle note di All Apologies. Avevo 18 anni all'epoca ma un'immagine mi è rimasta dentro da allora. Non il Kurt sul palco. No, Kurt con un cucchiaino in mano mentre cercava di dare mangiare alla sua piccolina, Francis Bean, in braccio alla mamma (Courtney Love) e la creaturina che faceva una dolce movenza di rifiuto. Non si si vedeva il volto di Kurt, di spalle/profilo e coperto dai capelli lunghi.
All Apologies non è mai stata una delle mie canzoni preferite dei Nirvana, meno che meno la sua versione Unplugged. Tra le ultime tracce dell'intenso album In Utero (1993), l'ho sempre preferita rock e distorta dove la dolcezza di certi versi si amalgamava meglio con la rudezza melodica del suonato. Non avendo trovato il video, ho optato per postare da YouTube un tributo che mostra varie immagini della band, avvicinandosi di più ai miei ricordi. Quell'immagine di padre-figlia in qualche modo fotografava tutta la mia fragilità contesa tra buio interiore e innocenza di vita. All Apologies. "I wish I was like you/ Easily amused" ammetteva candidamente Cobain. Poche parole di straordinaria schiettezza umana-sociale: "Vorrei essere come voi, che vi divertite con poco". Introspezione massima e poi quel finale. Ripetuto, ossessivo. Quasi ipnotico. "All in all is we all are - Dopotutto è tutto ciò che noi tutti siamo".
OLOCAUSTO INTERIORE
Un po’ di brezza ci doveva
essere stata… lo sai bene,
quei passi
non inizieranno una nuova stagione
di vasche e sangue…
non ho tentazioni,
ho in mente solo la nostra casa
a cui fare ritorno…
ho sempre qualche bastoncino
che mi porto dietro
chissà chi
mi avrà incontrato il giorno dopo,
mi sarò nascosto
come facevo sempre? Sarà
accaduto anche a me…
voglio ancora tornare indietro,
ma solo per arrivare
a questa stessa vita,
ma in modo diverso
Come si poteva andare avanti?
… ricordo solo la stoffa abusata
e il desiderio di chiudere
gli occhi, il colorito castano
di una sorpresa
senza eccitazione... fuori posto ovunque
a parte i miei pensieri più inevitabili
la vita non c'era più… dissolta per sempre…
sui polpastrelli,
tracce disgregate di una carezza
senza più una terrazza
dove immaginare un tramonto
e chiunque insieme a me …sì, guardami quello che sto facendo
perché non è mai stato (Venezia, 16 aprile ‘26)
Nirvana, All Apologies tributegiovedì 2 aprile 2026
Big Bang "Stone Temple Pilots"
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| Stone Temple Pilots: Robert De Leo e Scott Weiland nel videoclip di Bing Bang Baby |
Big Bang Baby è una passeggiata sonora in un mondo sempre più mainstream. Una poesia d'amore non corrisposta. L'ultimo etereo sussulto degli Stone Temple Pilots.
di Luca Ferrari
Una giornata primaverile in attesa della pioggia e un portico dove ripararsi. Parlando, fumando una sigaretta. Il 26 marzo 1996 uscì il terzo album degli Stone Temple Pilots: Songs from the Vatican Gift Shop (Atlantic, prodotto da Brendan O' Brien). All'epoca non ancora 20enne, attendevo con ansia l'uscita di questo disco. Scott Weiland era un'anima sofferente e la sua musica era intrisa di molti di quei valori che avevano mutato la mia vita. Dopo un primo rapido ascolto, Big Bang Baby mi conquistò più di tutte. Merito anche di un video talmente semplice e per certi versi banale, da rasentare l'incredulità: i quattro musicisti suonano, un televisore viene buttato a terra e due tizi con una maschera da gorilla ballano scomposti, prendendosi alla fine a bottigliate. La canzone contro il mainstream aveva un ritornello accattivante: "I wanna cry, but I gotta laugh - Vorrei piangere ma devo ridere". Atmosfera a metà strada tra anni '60 e anni '70, e lì nel mezzo una band da San Diego, California, associata fin dai loro esordi alla scena musicale di Seattle.
Difficile guardare la copertina di Songs from the Vatican Gift Shop senza ripensare al tempo della sua uscita. Un'epoca fragile dove bastava una strofa per immaginare un mondo meno distruttivo e votato a una semplicità HarvestMooniana. Un'epoca dove la sincerità di una lacrima sembrava (doveva) avere il potere di cambiare le sorti di qualsiasi destino. Un'epoca dove l'attesa vicino a un ponte panoramico nascondeva molto di più di un incontro senza paracadute. In tutto questo Big Bang Baby fu una delle illusioni più ipnotiche. Scott Weiland (voce), Eric Kretz (batteria), i fratelli Dean (chitarra) e Robert DeLeo (basso) sono giovincelli alle prese con l'età adulta. Un'epoca che ormai stava lasciando il passo a un futuro che non aveva nemmeno la gomma da cancellare. Big Bang Baby era l'ennesimo tentativo solitario di indirizzare il mondo verso una dichiarazione di esistenza.
Big Bang Baby degli Stone Temple Pilots è una dimensione sonora stritolata tra il sogno dell'amore e una vita che poteva solamente deragliare. Un fiore inespresso ed esposto alle storie disarcionate di un tramonto senza più petali né adesivi temporanei. L'aneddoto di un cambiamento che non tutti eravamo pronti a far brillare dentro di noi...
MANO NELLA MANO CON L’ALDILÀ
i colori della natura
di una collana… le mani strette
nel silenzio di una passeggiata,
oh...sarebbe fin troppo oltraggioso
prendere in giro il mondo
e poi allontanarsi in tutta fretta?…
e io non posso dire
di essere stato
ciò che pensavo sarei dovuto
essere… e io non posso
proprio dire
che il colore della mia pelle
abbia fatto giustizia
se adesso varcassi
nuovamente quelle porte ,
che cosa troverei?
V’importerebbe davvero
se fossimo ancora
ciò che oggi non siamo più…
ci sono state stagioni
di cui fummo i soli a portare le urne,
rocce ammalianti
dove le fiabe
erano domani che nessuno
aveva più voglia di immaginare...
dove potrei andare
se c’incontrassimo ancora?
Forse potrei costruire
una collina
e lanciarmi a massimo volume sulle ruote opposte
… e tutta la serenità
del mio presente
è ancora violentemente intimorita
dalla profondità
che ho sempre tenuto per me,
all’inizio di ogni graffiante addio amorevole (Venezia, 2 Aprile ‘26)
Big Bang Baby, Stone Temple Pilotssabato 31 gennaio 2026
Springsteen contro Trump e l'ICE
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| Un arrabbiato Bruce Springsteen canta Streets of Minneapolis |
Se c'è da mettersi in prima linea, il Boss ci sarà sempre. Bruce Springsteen è sceso nelle Streets of Minneapolis, deciso a difendere l'America dalle violenze dell'ICE e di Donald Trump.
di Luca Ferrari
Gli Stati Uniti sono sotto attacco, colpiti al cuore dalla più grave delle minacce: un presidente prepotente che se la prende con i più deboli, deportando i suoi concittadini e autorizzando un uso indiscriminato della violenza. Questo "signore" manda le milizie violente dell'ICE per le strade con licenza di uccidere senza pietà, com'è avvenuto per gli inermi Renée Nicole Good e Alex Jeffrey Pretti. Questa è la nobile America di Donald Trump e qualcuno ha qualcosa da dire. La grande tradizione del rock politico americano non è rimasta a guardare. Ha scritto e suonato, a cominciare da un uomo che ha fatto delle sue canzoni un manifesto di politica umana: Bruce Springsteen. La linea Trumpiana è quella della minaccia e dell'aggressione contro chiunque non la pensi come lui. Il Boss e altri musicisti come Tom Morello (Rage Against The Machine) sono scesi per le strade di Minneapolis, imbracciando le loro chitarre per sfidare apertamente l'inquilino (sgradito) della Casa Bianca.
CI SCHIERIAMO IN QUESTA TERRA
... le oche marciano ancora... si
sono avvicinate
sparando senza pietà
... hanno premuto il grilletto
mentre era immobile a terra...
Nessuno fa più caso ai propri occhi?
...non mostrano le facce
perché sono il volto dell’ingiustizia… Quelli lì
sono stati messi sui treni
e spediti oltre confine... e quel bambino senza più lacrime né cappello né peluche
non farà più ritorno
Testosterone contaminato... Risatine replicanti, fradicia venerazione
di Guantanamo e Abu Ghraib…
Incontinenza di umanità, se ne vanno in giro
come se il mondo fosse un obelisco
prostrato alla violenza più legalizzata... non
ci sono finestre
né nuvole passeggere, alla loro tavola solo letame cerebrale di vomito padronale…
un cocktail di polvere da sparo
e l'ignoranza più servile
il popolo è stufo, presto ve ne accorgerete
…
il popolo è arrabbiato,
presto reagirà
…
il popolo non aspetterà
un altro caricatore ben oliato…
Dove li porterete i prossimi?
A quale verdastra e perversa divinità
avete fatto stuprare la vostra anima?
Credete davvero che la massa
rimarrà inerme per sempre?
...Siete andati a rubare
la loro terra e poi c'è stato
il Ku Klux Klan…
è la cacofonia della storia... Il
popolo è pronto per ricominciare
senza nessuno di voi... mai più
(Venezia, 1 Febbraio ‘25)
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| Bruce Springsteen canta Streets of Minneapolis |
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| Le proteste del popolo americano nel videoclip Streets of Minneapolis |
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| Bruce Springsteen canta Streets of Minneapolis |
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