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giovedì 16 aprile 2026

All Apologies - Olocausto interiore

Kurt Cobain (1967-1994) e sua figlia Frances

Il giorno dopo. Il giorno dopo la fine. Il giorno che segnerà per sempre la fine di una vita. In the sun, Married, Buried singhiozza rabbioso Kurt Cobain in All Apologies

di Luca Ferrari

E adesso?... Ci sono momenti nella vita che cambiano la percezione della nostra intera esistenza. Spartiacque che ti fanno comprendere come da un determinato momento in poi tutto sarà diverso e non ci potrà essere più ritorno alla normalità. Nulla sarà più come prima. Il passato viene totalmente ridisegnato e il futuro... Quale futuro? Mancavano ancora poche settimane e sarebbe potuto essere un nuovo inizio ma non era possibile. Poco dopo il suicidio di Kurt Cobain venne trasmesso uno speciale di una mezz'oretta circa che si concludeva sulle note di All Apologies. Avevo 18 anni all'epoca ma un'immagine mi è rimasta dentro da allora. Non il Kurt sul palco. No, Kurt con un cucchiaino in mano mentre cercava di dare mangiare alla sua piccolina, Francis Bean, in braccio alla mamma (Courtney Love) e la creaturina che faceva una dolce movenza di rifiuto. Non si si vedeva il volto di Kurt, di spalle/profilo e coperto dai capelli lunghi.

All Apologies non è mai stata una delle mie canzoni preferite dei Nirvana, meno che meno la sua versione Unplugged. Tra le ultime tracce dell'intenso album In Utero (1993), l'ho sempre preferita rock e distorta dove la dolcezza di certi versi si amalgamava meglio con la rudezza melodica del suonato. Non avendo trovato il video, ho optato per postare da YouTube un tributo che mostra varie immagini della band, avvicinandosi di più ai miei ricordi. Quell'immagine di padre-figlia in qualche modo fotografava tutta la mia fragilità contesa tra buio interiore e innocenza di vita. All Apologies. "I wish I was like you/ Easily amused" ammetteva candidamente Cobain. Poche parole di straordinaria schiettezza umana-sociale: "Vorrei essere come voi, che vi divertite con poco". Introspezione massima e poi quel finale. Ripetuto, ossessivo. Quasi ipnotico. "All in all is we all are - Dopotutto è tutto ciò che noi tutti siamo".

OLOCAUSTO INTERIORE


Un po’ di brezza ci doveva 

essere stata… lo sai bene, 

quei passi

non inizieranno una nuova stagione

di vasche e sangue…


non ho tentazioni, 

ho in mente solo la nostra casa 

a cui fare ritorno…


ho sempre qualche bastoncino

che mi porto dietro


chissà chi

mi avrà incontrato il giorno dopo,

mi sarò nascosto

come facevo sempre? Sarà

accaduto anche a me…


voglio ancora tornare indietro,

ma solo per arrivare

a questa stessa vita,

ma in modo diverso


Come si poteva andare avanti?

… ricordo solo la stoffa abusata

e il desiderio di chiudere

gli occhi, il colorito castano

di una sorpresa

senza eccitazione... fuori posto ovunque

a parte i miei pensieri più inevitabili


la vita non c'era più… dissolta per sempre…

sui polpastrelli,

tracce disgregate di una carezza

senza più una terrazza

dove immaginare un tramonto

e chiunque insieme a me …sì, guardami quello che sto facendo

perché non è mai stato (Venezia, 16 aprile ‘26)

Nirvana, All Apologies tribute

giovedì 2 aprile 2026

Big Bang "Stone Temple Pilots"

Stone Temple Pilots: Robert De Leo e Scott Weiland nel videoclip di Bing Bang Baby

Big Bang Baby è una passeggiata sonora in un mondo sempre più mainstream. Una poesia d'amore non corrisposta. L'ultimo etereo sussulto degli Stone Temple Pilots.

di Luca Ferrari

Una giornata primaverile in attesa della pioggia e un portico dove ripararsi. Parlando, fumando una sigaretta. Il 26 marzo 1996 uscì il terzo album degli Stone Temple PilotsSongs from the Vatican Gift Shop (Atlantic, prodotto da Brendan O' Brien). All'epoca non ancora 20enne, attendevo con ansia l'uscita di questo disco. Scott Weiland era un'anima sofferente e la sua musica era intrisa di molti di quei valori che avevano mutato la mia vita. Dopo un primo rapido ascolto, Big Bang Baby mi conquistò più di tutte. Merito anche di un video talmente semplice e per certi versi banale, da rasentare l'incredulità: i quattro musicisti suonano, un televisore viene buttato a terra e due tizi con una maschera da gorilla ballano scomposti,  prendendosi alla fine a bottigliate. La canzone contro il mainstream aveva un ritornello accattivante: "I wanna cry, but I gotta laugh - Vorrei piangere ma devo ridere". Atmosfera a metà strada tra anni '60 e anni '70, e lì nel mezzo una band da San Diego, California, associata fin dai loro esordi alla scena musicale di Seattle.

Difficile guardare la copertina di Songs from the Vatican Gift Shop senza ripensare al tempo della sua uscita. Un'epoca fragile dove bastava una strofa per immaginare un mondo meno distruttivo e votato a una semplicità HarvestMooniana. Un'epoca dove la sincerità di una lacrima sembrava (doveva) avere il potere di cambiare le sorti di qualsiasi destino. Un'epoca dove l'attesa vicino a un ponte panoramico nascondeva molto di più di un incontro senza paracadute. In tutto questo Big Bang Baby fu una delle illusioni più ipnotiche. Scott Weiland (voce), Eric Kretz (batteria), i fratelli Dean (chitarra) e Robert DeLeo (basso) sono giovincelli alle prese con l'età adulta. Un'epoca che ormai stava lasciando il passo a un futuro che non aveva nemmeno la gomma da cancellare. Big Bang Baby era l'ennesimo tentativo solitario di indirizzare il mondo verso una dichiarazione di esistenza. 

Big Bang Baby degli Stone Temple Pilots è una dimensione sonora stritolata tra il sogno dell'amore e una vita che poteva solamente deragliare. Un fiore inespresso ed esposto alle storie disarcionate di un tramonto senza più petali né adesivi temporanei. L'aneddoto di un cambiamento che non tutti eravamo pronti a far brillare dentro di noi... 

MANO NELLA MANO CON L’ALDILÀ

i colori della natura

di una collana… le mani strette

nel silenzio di una passeggiata,

oh...sarebbe fin troppo oltraggioso

prendere in giro il mondo

e poi allontanarsi in tutta fretta?…


e io non posso dire

di essere stato

ciò che pensavo sarei dovuto

essere… e io non posso

proprio dire

che il colore della mia pelle

abbia fatto giustizia


se adesso varcassi

nuovamente quelle porte ,

che cosa troverei?

V’importerebbe davvero

se fossimo ancora

ciò che oggi non siamo più…


ci sono state stagioni

di cui fummo i soli a portare le urne,

rocce ammalianti

dove le fiabe

erano domani che nessuno

aveva più voglia di immaginare...


dove potrei andare

se c’incontrassimo ancora?

Forse potrei costruire

una collina

e lanciarmi a massimo volume sulle ruote opposte

… e tutta la serenità

del mio presente

è ancora violentemente intimorita

dalla profondità 

che ho sempre tenuto per me,

all’inizio di ogni graffiante addio amorevole (Venezia, 2 Aprile ‘26)

Big Bang Baby, Stone Temple Pilots

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