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martedì 12 maggio 2026

Mariah Carey — Always Be My Baby

L'incantevole Mariah Carey canta Always Be My Baby

Voce celestiale, raffinata bellezza. Mariah Carey si dondola dolcemente al chiaro di luna sulle acque del lago, cantando Always Be My Baby.

di Luca Ferrari 

"[...] When your days and your nights get a little bit colder,
oh (I know that) you'll be right back, baby
Oh, baby, believe me, it's only a matter of time, time
...
You'll always be a part of me (in my heart)
I'm part of you indefinitely
(oh) Boy, don't you know you can't escape me?
(Yeah) Ooh, darlin', 'cause you'll always be my baby [...]".

Inizio da questo passaggio video-sonoro di Always Be My Baby, quando un'incantevole Mariah Carey guarda verso la telecamera cantando in un trionfo di pura dolcezza umano-musicale. Always Be My Baby è una passeggiata primaverile fra un tramonto esitante e le piante di melissa non ancora sbocciate. Always Be My Baby è una dichiarazione di intimità, una lettera all'infinito più tangibile con la promessa di nuove e profonde radici. Always Be My Baby è un atto di fede prima di addormentarsi. Oggi, quando ascolto ancora Always Be My Baby di Mariah Carey, rivedo la mia giovane innocenza sognare l'amore più delicatoOggi, quando ascolto Always Be My Baby di Mariah Carey, sento una confidenza diventare la mia più grande ambizione sentimentale. 

Always Be My Baby sbarcò su MTV nella primavera del 1996 e fu amore (incondizionato) a prima vista. Mariah era stupenda. Una soffice chioma castana, vestita di solo jeans e la camicia annodata sopra la vita. Una delicata sensualità da "fidanzatina" della porta accanto. Terzo singolo del disco DayDream (1995), Always Be My Baby fu scritta dalla cantautrice americana insieme al produttore e rapper Jermaine Dupri. L'atmosfera del video era una piccola storia d'amore. Luci soffuse. Riflessi acquei. Una rudimentale altalena e due giovani innamorati che hanno solo voglia di stare insieme. Corrono, tenendosi per mano. Mentre gli altri danzano e socializzano davanti a un fuoco in mezzo alla natura, loro due sono pronti per scambiarsi il primo bacio.

Nel 1996 Mariah Carey tenne alcuni concerti in Europa, ma non in Italia. Avrei voluto andare a vederla ma desistetti a causa della lontananza e degli inevitabili costi. All'epoca andavo sempre ai concerti da solo. Mi sono spesso chiesto cosa sarebbe successo se fossi andato così lontano. Forse non sarei più tornato a casa. Forse avrei trovato il coraggio di rompere definitivamente con tutto e sarebbe stato cruciale sapere che a ispirarmi era stata la dolcezza canora di Mariah Carey. Non accadde. Mi "consolai" con un articolo del suo show olandese che ancora oggi conservo incollato in una delle agende. C'era una sua bellissima foto. In perfetta sintonia con il videoclip, al momento di cantare Always Be My Baby, "l'allora 24enne Mariah si presentò al pubblico più sbarazzina: giacca e pantaloni neri, un corpetto zebrato che le lascia la pancia nuda e i capelli sciolti (cit)". 

La musica di Always Be My Baby ha sempre avuto il merito di placare l'ardore demoniaco di un rock così tragicamente affine alle ferite della mia anima. Se le mie giornate di quell'epoca si destreggiavano incessantemente tra la profondità senza ritorno dei Mad Season e l'immortalità dei Pearl Jam, ogni tanto questa semplice ragazza di Huntington, NY, riusciva nel miracolo di sovvertire tutti gli avamposti della mia profondità. La sua voce arrivava all'improvviso, invitandomi a guardare oltre le invalicabili vette del baratro. Always Be My Baby era molto di più di una poesia sconsolata. Always Be My Baby di Mariah Carey è un impavido sole tiepido in armonia coi fulmini... accoccolati insieme tra romantiche nuvole bigio-biancastre in placido transito.

INEVITABILMENTE, SAREMO FORTI INSIEME


è il mare dentro,

una collana e un naufragio,

oh, non smetterò mai

di soffermarmi

su ciò che ha reso la vita

una storia in cui risvegliarsi


posso raccontarti

qualcosa che non abbiamo ancora vissuto insieme? So ancora

troppo poco di te,

eppure ci siamo comunque

incontrati...


Se oggi lasciassi andare

una scatola vuota

con una lettera ben protetta,

qualcuno direbbe

che ho cambiato idea sul nichilismo e sul mondo in generale… ci pensi mai

a quante volte

siamo stati sul punto

di smetterla per sempre

di ricordare

i sogni che avremmo potuto

districare insieme? Hai mai avuto in mente un momento

in cui avremmo potuto incontrarci

senza doverci dire addio

il giorno stesso?

… In quei miei domani così rassegnati

non c’è mai stata 

una franchigia di redenzione,

solo uno spiraglio

di mondi lontani

che un giorno si sarebbero scambiati di posto

per indebitarsi

con un messaggio universale


non ho mai fatto caso

ai fiori cresciuti

lungo le sponde… Adesso

sono certo,

qualcuno li avrà già colti

e sarà andato via... è, è

la dolce inesattezza dell’amore (Venezia, 12 Maggio ‘26)


Mariah Carey - Always Be My Baby

1996 - un articolo su Mariah Carey ancora conservato in una vecchia agenda © Luca Ferrari

venerdì 8 maggio 2026

Skid Row, è sempre My Enemy

Ruvida potenza. Energia rock allo stato puro. Dal sottovalutato Subhuman Race (1995), gli Skid Row sprigionano tutta la loro combattiva ribellione nell'iconica My Enemy,

di Luca Ferrari

Sebastian Bach, Rachel Bolan, Dave "Snake" Sabo, Scotti Hill e Rob Affuso erano una vera miscela esplosiva di accordi e acuti. In una fase storica dove il sound di Seattle aveva spazzato via l'hard-rock targato GnR, gli Skid Row divennero uno dei volti più autentici di una nuova epoca. Originari del New Jersey, furono scoperti e lanciati da Mr John Bon Jovi. Solo tre album nella prima fase della loro carriera musicale (proseguita poi senza Bach), in un crescendo di potenza sonora. My enemy, prima track del disco Subhuman Race, è un graffiante viaggio interiore. Non è un caso che il videoclip sia stato girato tutto in bianco e nero con ripetuti primi piani del cantante arrabbiato. Gli Skid Row mi hanno sempre trasmesso una forte sensazione di forza dirompente contro il resto del mondo e anche se la cosa non piaceva, non era un loro problema. D'altronde, You can be my enemy and I don't care, cantavano proprio nella suddetta "My enemy". Sono poche le band così riottose che hanno saputo scrivere una significativa anche se breve pagina di rock.

IL TUO GENOCIDIO NON È IL MIO GENOCIDIO 


ho scelto una strada

senza perdono…Sai,

lo faccio ancora

e non è poi tutta questa

gigantografia


ho provato a scappare,

ho provato

a fare della mia innocenza sconvolta

un lascito definibile

ma finivo sempre per scrivere

lettere solitarie

sui prati e invidiare gli aquiloni

a più mani… ed

è bello sapere che

qualcuno ancora si ricorda

delle mie paludi senza regole effimere... ed è confortante

sapere che ancora qualcuno

si chiedeva

perché non riuscissi a immaginare

un domani migliore


sto ancora combattendo

contro di voi… sono ancora

sommerso dal fango delle onde… sto

ancora pensando a quelle rive

mai raggiunte...


non è successo nulla

di quello che dicevate… i confini

hanno cambiato

impugnatura… le malelingue

più dettagliatamente amichevoli

hanno continuato

a narcotizzarci… tutto

viene sempre rimandato

al prossimo cecchino… bussa

pure alla mia porta

con tutta la tua malvagità...ti

sto aspettando,

il presentimento spezzato

non ha nulla a che vedere

con la mia porta...

(Venezia, 8-9 Maggio '26)

Skid Row - My Enemy

giovedì 16 aprile 2026

All Apologies - Olocausto interiore

Kurt Cobain (1967-1994) e sua figlia Frances

Il giorno dopo. Il giorno dopo la fine. Il giorno che segnerà per sempre la fine di una vita. In the sun, Married, Buried singhiozza rabbioso Kurt Cobain in All Apologies

di Luca Ferrari

E adesso?... Ci sono momenti nella vita che cambiano la percezione della nostra intera esistenza. Spartiacque che ti fanno comprendere come da un determinato momento in poi tutto sarà diverso e non ci potrà essere più ritorno alla normalità. Nulla sarà più come prima. Il passato viene totalmente ridisegnato e il futuro... Quale futuro? Mancavano ancora poche settimane e sarebbe potuto essere un nuovo inizio ma non era possibile. Poco dopo il suicidio di Kurt Cobain venne trasmesso uno speciale di una mezz'oretta circa che si concludeva sulle note di All Apologies. Avevo 18 anni all'epoca ma un'immagine mi è rimasta dentro da allora. Non il Kurt sul palco. No, Kurt con un cucchiaino in mano mentre cercava di dare mangiare alla sua piccolina, Francis Bean, in braccio alla mamma (Courtney Love) e la creaturina che faceva una dolce movenza di rifiuto. Non si si vedeva il volto di Kurt, di spalle/profilo e coperto dai capelli lunghi.

All Apologies non è mai stata una delle mie canzoni preferite dei Nirvana, meno che meno la sua versione Unplugged. Tra le ultime tracce dell'intenso album In Utero (1993), l'ho sempre preferita rock e distorta dove la dolcezza di certi versi si amalgamava meglio con la rudezza melodica del suonato. Non avendo trovato il video, ho optato per postare da YouTube un tributo che mostra varie immagini della band, avvicinandosi di più ai miei ricordi. Quell'immagine di padre-figlia in qualche modo fotografava tutta la mia fragilità contesa tra buio interiore e innocenza di vita. All Apologies. "I wish I was like you/ Easily amused" ammetteva candidamente Cobain. Poche parole di straordinaria schiettezza umana-sociale: "Vorrei essere come voi, che vi divertite con poco". Introspezione massima e poi quel finale. Ripetuto, ossessivo. Quasi ipnotico. "All in all is we all are - Dopotutto è tutto ciò che noi tutti siamo".

OLOCAUSTO INTERIORE


Un po’ di brezza ci doveva 

essere stata… lo sai bene, 

quei passi

non inizieranno una nuova stagione

di vasche e sangue…


non ho tentazioni, 

ho in mente solo la nostra casa 

a cui fare ritorno…


ho sempre qualche bastoncino

che mi porto dietro


chissà chi

mi avrà incontrato il giorno dopo,

mi sarò nascosto

come facevo sempre? Sarà

accaduto anche a me…


voglio ancora tornare indietro,

ma solo per arrivare

a questa stessa vita,

ma in modo diverso


Come si poteva andare avanti?

… ricordo solo la stoffa abusata

e il desiderio di chiudere

gli occhi, il colorito castano

di una sorpresa

senza eccitazione... fuori posto ovunque

a parte i miei pensieri più inevitabili


la vita non c'era più… dissolta per sempre…

sui polpastrelli,

tracce disgregate di una carezza

senza più una terrazza

dove immaginare un tramonto

e chiunque insieme a me …sì, guardami quello che sto facendo

perché non è mai stato (Venezia, 16 aprile ‘26)

Nirvana, All Apologies tribute

giovedì 2 aprile 2026

Big Bang "Stone Temple Pilots"

Stone Temple Pilots: Robert De Leo e Scott Weiland nel videoclip di Bing Bang Baby

Big Bang Baby è una passeggiata sonora in un mondo sempre più mainstream. Una poesia d'amore non corrisposta. L'ultimo etereo sussulto degli Stone Temple Pilots.

di Luca Ferrari

Una giornata primaverile in attesa della pioggia e un portico dove ripararsi. Parlando, fumando una sigaretta. Il 26 marzo 1996 uscì il terzo album degli Stone Temple PilotsSongs from the Vatican Gift Shop (Atlantic, prodotto da Brendan O' Brien). All'epoca non ancora 20enne, attendevo con ansia l'uscita di questo disco. Scott Weiland era un'anima sofferente e la sua musica era intrisa di molti di quei valori che avevano mutato la mia vita. Dopo un primo rapido ascolto, Big Bang Baby mi conquistò più di tutte. Merito anche di un video talmente semplice e per certi versi banale, da rasentare l'incredulità: i quattro musicisti suonano, un televisore viene buttato a terra e due tizi con una maschera da gorilla ballano scomposti,  prendendosi alla fine a bottigliate. La canzone contro il mainstream aveva un ritornello accattivante: "I wanna cry, but I gotta laugh - Vorrei piangere ma devo ridere". Atmosfera a metà strada tra anni '60 e anni '70, e lì nel mezzo una band da San Diego, California, associata fin dai loro esordi alla scena musicale di Seattle.

Difficile guardare la copertina di Songs from the Vatican Gift Shop senza ripensare al tempo della sua uscita. Un'epoca fragile dove bastava una strofa per immaginare un mondo meno distruttivo e votato a una semplicità HarvestMooniana. Un'epoca dove la sincerità di una lacrima sembrava (doveva) avere il potere di cambiare le sorti di qualsiasi destino. Un'epoca dove l'attesa vicino a un ponte panoramico nascondeva molto di più di un incontro senza paracadute. In tutto questo Big Bang Baby fu una delle illusioni più ipnotiche. Scott Weiland (voce), Eric Kretz (batteria), i fratelli Dean (chitarra) e Robert DeLeo (basso) sono giovincelli alle prese con l'età adulta. Un'epoca che ormai stava lasciando il passo a un futuro che non aveva nemmeno la gomma da cancellare. Big Bang Baby era l'ennesimo tentativo solitario di indirizzare il mondo verso una dichiarazione di esistenza. 

Big Bang Baby degli Stone Temple Pilots è una dimensione sonora stritolata tra il sogno dell'amore e una vita che poteva solamente deragliare. Un fiore inespresso ed esposto alle storie disarcionate di un tramonto senza più petali né adesivi temporanei. L'aneddoto di un cambiamento che non tutti eravamo pronti a far brillare dentro di noi... 

MANO NELLA MANO CON L’ALDILÀ

i colori della natura

di una collana… le mani strette

nel silenzio di una passeggiata,

oh...sarebbe fin troppo oltraggioso

prendere in giro il mondo

e poi allontanarsi in tutta fretta?…


e io non posso dire

di essere stato

ciò che pensavo sarei dovuto

essere… e io non posso

proprio dire

che il colore della mia pelle

abbia fatto giustizia


se adesso varcassi

nuovamente quelle porte ,

che cosa troverei?

V’importerebbe davvero

se fossimo ancora

ciò che oggi non siamo più…


ci sono state stagioni

di cui fummo i soli a portare le urne,

rocce ammalianti

dove le fiabe

erano domani che nessuno

aveva più voglia di immaginare...


dove potrei andare

se c’incontrassimo ancora?

Forse potrei costruire

una collina

e lanciarmi a massimo volume sulle ruote opposte

… e tutta la serenità

del mio presente

è ancora violentemente intimorita

dalla profondità 

che ho sempre tenuto per me,

all’inizio di ogni graffiante addio amorevole (Venezia, 2 Aprile ‘26)

Big Bang Baby, Stone Temple Pilots

sabato 31 gennaio 2026

Springsteen contro Trump e l'ICE

Un arrabbiato Bruce Springsteen canta Streets of Minneapolis

Se c'è da mettersi in prima linea, il Boss ci sarà sempre. Bruce Springsteen è sceso nelle Streets of Minneapolis, deciso a difendere l'America dalle violenze dell'ICE e di Donald Trump.

di Luca Ferrari

Gli Stati Uniti sono sotto attacco, colpiti al cuore dalla più grave delle minacce: un presidente prepotente che se la prende con i più deboli, deportando i suoi concittadini e autorizzando un uso indiscriminato della violenza. Questo "signore" manda le milizie violente dell'ICE per le strade con licenza di uccidere senza pietà, com'è avvenuto per gli inermi Renée Nicole Good e Alex Jeffrey Pretti. Questa è la nobile America di Donald Trump e qualcuno ha qualcosa da dire. La grande tradizione del rock politico americano non è rimasta a guardare. Ha scritto e suonato, a cominciare da un uomo che ha fatto delle sue canzoni un manifesto di politica umana: Bruce Springsteen. La linea Trumpiana è quella della minaccia e dell'aggressione contro chiunque non la pensi come lui. Il Boss e altri musicisti come Tom Morello (Rage Against The Machine) sono scesi per le strade di Minneapolis, imbracciando le loro chitarre per sfidare apertamente l'inquilino (sgradito) della Casa Bianca.

CI SCHIERIAMO IN QUESTA TERRA


... le oche marciano ancora... si

sono avvicinate

sparando senza pietà

... hanno premuto il grilletto

mentre era immobile a terra...

Nessuno fa più caso ai propri occhi?

...non mostrano le facce

perché sono il volto dell’ingiustizia… Quelli lì

sono stati messi sui treni

e spediti oltre confine... e quel bambino senza più lacrime né cappello né peluche

non farà più ritorno


Testosterone contaminato... Risatine replicanti, fradicia venerazione

di Guantanamo e Abu Ghraib…

Incontinenza di umanità, se ne vanno in giro

come se il mondo fosse un obelisco

prostrato alla violenza più legalizzata... non

ci sono finestre

né nuvole passeggere, alla loro tavola solo letame cerebrale di vomito padronale…

un cocktail di polvere da sparo

e l'ignoranza più servile


il popolo è stufo, presto ve ne accorgerete

il popolo è arrabbiato,

presto reagirà

il popolo non aspetterà

un altro caricatore ben oliato… 


Dove li porterete i prossimi?

A quale verdastra e perversa divinità

avete fatto stuprare la vostra anima?

Credete davvero che la massa

rimarrà inerme per sempre?

...Siete andati a rubare

la loro terra e poi c'è stato

il Ku Klux Klan…


è la cacofonia della storia... Il

popolo è pronto per ricominciare

senza nessuno di voi... mai più

                          (Venezia, 1 Febbraio ‘25)


Streets of Minneapolis (Bruce Springsteen)


Bruce Springsteen canta Streets of Minneapolis
Le proteste del popolo americano nel videoclip Streets of Minneapolis
Bruce Springsteen canta Streets of Minneapolis

giovedì 29 gennaio 2026

In abbandono, Low Man's Lyric

Metallica, Reload... and my past life

"[...] E non posso sopportare di vedere ciò che ho sono diventato... Così oscuro e logorato [...] ". A tu per tu con la propria anima, i Metallica si confessano nella toccante Low Man's Lyric.

di Luca Ferrari

Ombre di solitaria tempesta. Racconti troppo vividi per far credere sia stato solo un'escursione extraterrestre. Da quando Live on Two Hands assunse la sua fisionomia definitiva, ho quasi sempre cominciato dalla parte testuale ispirata dalla canzone di turno e solo alla fine, lasciando emergere la poesia più istintiva. Questa volta è andata diversamente. Low Man's Lyric è una delle canzoni più sconsolate e malinconiche dei Metallica. Se ci penso, rivedo ancora scampoli di abbandono ancorati ai fondali di fine 1997 e profondo 1998. La parola lyrics ha sempre avuto una fortissima impronta su di me. Le lyrics sono le parole di un testo musicale, quello che ho sempre ritenuto di saper creare. Fin dai tempi della mera forma anglofona, le mie parole sono sempre state lyrics. Reload (1997) fu un album ancora più cupo del precedente Load. Canzoni come The Memory Remains e la "sacrilega" The Unforgiven II sentenziarono in modo definitivo che il mio vecchio mondo ormai non importava più a nessuno.

Low Man's Lyric è una notte d'inverno, saltando da una sponda all'altra del Canal Grande. Low Man's Lyric è un sorriso mai diventato carezza. Low Man's Lyric è la cenere di un legame senza domani. Low Man's Lyric è un'orma solitaria, offuscata e troppo usurata per ripararsi con il perdono dell'oceano...


“And I can’t bare to see What I’ve let me be/ So wicked and worn…” Low Man’s Lyric

e tutto quel dolore nascosto

di cui nessuno

parlerà mai più… e tutte

quelle onde

che si areneranno

su ricordi

mai abbastanza forti

per incentivare

il momento del loro presente


ci saranno sempre stanze segrete

di cui potrò farti vedere

solo la mia lontananza


ci saranno sempre gradinate

dove io starò scappando

senza pesi a facilitare la fiducia

nel mio domani


forse non mi vedrai 

mai piangere davvero

perché su quei giorni

ho sempre voluto

che le mie ferite

trasformassero il sangue

in gracili escursioni

verso un mondo di rinnovata

serenità


da qualche parte

cammino ancora sul ciglio

del burrone,

portando avanti e indietro latte

senza incontrare mai

quei mercanti del tuo passato


e non ci furono solo fondali

in quel abbandono

scioltosi sul disegno di un riflesso

esangue… avrei voluto

che molto fosse andato diversamente

… non ho mai voluto

togliermi di dosso quella pioggia

(Venezia, 29 Gennaio ‘26)


Low Man's Lyric (Metallica


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