Melodia straziante di un inverno riemerso nei bagliori della speranza più impossibile. La luce di The Speed of Pain (Marilyn Manson) è la forza sgorgata dalle mie-tue lacrime.
di Luca Ferrari
La profondità più esplosiva e silenziosa. In un giorno così poco arrembante ho scoperto la narrazione della tua fragile amorevolezza. All'epoca correva un micidiale fine autunno dove anche l'ultimo sacrificio era stato disarcionato da nessuna evocazione. Nel suo nuovo disco (1998), Marilyn Manson abbandonò l'oscurità di Antichrist Superstar, approdando al glam di Mechanical Animals, con tappa su impervi apici di decadente immortalità sublimata nella romantica e ineluttabile The Speed of Pain. Una ninnananna semplicemente dirompente. Tanti piccoli atomi ricomposti. Un grido chiuso nell'infinito delle stelle. Una pagina dove allentare il ricordo di un pensiero, lasciando ai polpastrelli dell'eternità il prossimo calore di umanità. Oggi è stato il tuo turno. Oggi il tuo dolore mi ha insegnato che quello che mi è accaduto non sono solo pagine imprigionate fra quei domani che voglio dimenticare. Oggi il tuo urlo senza ritorno mi ha fatto ritrovare la forza che avrò sempre nello starti accanto. A quale cielo mi sto rivolgendo, non lo sa nessuno. So solo che eravamo io e te...
UN SUSSURRO CELATO PRIMA DEL TRAMONTO
la forza è stata
la mia fine…e uno scivolo
verso tutto
il dolore dell’universo…
riesco ancora
a sentire l’affanno
delle mie non vite, e tu,
tu non c’eri, non
ci potevi ancora essere…
lasciali stare tutti i re,
i re hanno bisogno del mondo
per essere tali, i re
nascono e scompaiono… i re
non saprebbero mai
trovare una strada da sé
… non devi mai mentirmi
e non lo hai fatto, guarda
il cielo, non ci sono angeli
e non dis(d)egnerò
alcuna intenzione… sento
la tua voce
non frazionata da lacrime,
e per quanto durerà?
Chiedimi quello che vuoi,
dimmi che giorno
vuoi costruire e saremo
già in viaggio… dimmi
in che modo
vuoi rimuovere il sole… puoi
confidarmi un segreto
o lasciare che riscaldi
le tue coperte ancora
umide… puoi assistere
alla velocità delle tue lacrime
o chiedermi
quanto ti potrò ancora
raccontare della mia evoluzione
oscura… ti ho svelato
le mie intenzioni ma non hai ancora
visto quello che le ombre
hanno fatto insieme
alle mie danze assonnate…
(Venezia, 18 Settembre ‘26)
"[...] Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato/... Io non perdono, non perdono e tocco [...]". Caro Francesco Guccini, forse io e te avevamo qualcosina in comune.
di Luca Ferrari
Impegno politico. Canzone d'autore. Malinconia provinciale operaia. No, non ho mai avuto feeling con la musica di Francesco Guccini (1940-2026). Non l'ho mai cercata e quando mi veniva proposta, mi tediava. Mai stato abbastanza in prima linea per approfondirla davvero. Eppure una sua canzone mi è sempre stata affine, Cirano, dall'album "D'amore di morte e di altre sciocchezze (1996). Cirano è un idealista. Un Don Chishiotte. Un eroe non riconosciuto che non troverà mai la sua pace. Emblematica la strofa - A parlarle non riesco, Le parlerò coi versi -. Nel mio caso il "le" è il mondo intero, lo è sempre stato. Di recente sono andato a rivedermi le sue clip nel film "Radiofreccia" (1998), diretto dal cantautore Luciano Ligabue. Ho riguardato quelle sequenze. Guccini è un barista, ma più che altro uno zio buono e "incazzoso", guardingo con i suoi clienti-nipotini scapestrati, pronto a regalare sinceri scapaccioni e sorridere amaro.
Sì, credo tu sia questo. Oggi ancora una volta, "Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio...". E lo farò per te.
"…PER LA MIA RABBIA ENORME MI SERVONO
ancora GIGANTI..."
Però non la sopporto
la gente che non sogna… proseguivi
così, e io ero lì,
pronto a rinunciare a qualsiasi legame
purché tutte le Fantàsia in terra
non venissero soggiogate
dalla conflittualità
della convenienza dell’età adulta...
ma ora?
Forse un giorno ti è arrivatauna mia lettera,
in un tempo
in cui innocenti promesse di caminetti
erano il dolore
con cui nessuno poteva
raggiungermi…
[...] Non me ne frega niente se anch'io sono sbagliato Spiacere è il mio piacere,
Il primo bacio non si scorda mai. Vorrei ripartire da qui, dalla melodia sotto le stelle di Kiss Me (Sixpence None The Richer) quando le panchine erano avamposti di giovani innamorati.
di Luca Ferrari
La spiaggia. Una ragazza incontrata per la prima volta. La simpatia reciproca. Il primo bacio per entrambi. Una storia comune a moltissimi di noi. Può succedere a chiunque. L'estate è da sempre la stagione per eccellenza dei nuovi amori. Kiss Me dei Sixpence None The Richer l'ascoltai per la prima volta ai tempi della sitcom Dawson's Creek. Oggi mi sento così, ho voglia di ricordare quel momento. Penso a tutto quello che è venuto dopo. Penso a un breve periodo che trascurò le stelle per poi vedersi inghiottito nell'ingombrante debito del passato. Chissà se oggi qualcuno o qualcuna darà il suo primo bacio. Spero possa essere un momento che potrà rimanere speciale anche quando sui prati non vedrà più fiori sbocciare ma solo petali trascurati a cui confidare stati d'animo inquieti senza l'ingerenza di un sole mai davvero accolto. Questa volta però, forse sarà solo una breve pausa e la vita ricomincerà...
L'album che rivelò la natura autentica dei Metallica. Una band interessata al mainstream e all'apparenza. Loadsegnò la fine dell'anima autentica dei 4 di Frisco.
di Luca Ferrari
Il 1996 vide l'uscita di album rock a dir poco strepitosi: Down on the Upside (Soundgarden), New Adventures in Hi-Fi (R.E.M.), No Code (Pearl Jam), solo per citarne "alcuni". Per assurdo, il peggiore fu quello a catalizzare la maggiore attenzione. Il perché si fa presto a dire. Loro erano i Metallica e Load era il successore del Black Album, il disco che aveva proiettato i 4 di Frisco nell'Olimpo del rock commerciale sdoganando per sempre l'heavy metal o presunto tale. A far gridare (subito) all'orrore, il videoclip "filosofico" di Until it Sleeps, l'assenza dello storico logo della band con le due M e A personalizzate, e peggio che peggio un look che sembrava sputare su tutto quello ci avevano convinto di essere. Con Load i Metallica non solo aprirono un nuovo capitolo delle loro vita professionale ma ci fecero capire che il meglio era ormai passato, che chiunque ormai li avrebbe potuti ascoltare. La tribù era diventata multinazionale e per tutti i puristi del genere, questo fu un tradimento. Riassumendo in slang locale: Fioi, go' scoperto una nuova band. Xe ciama Meta'ica e i ga fatto sto primo album: Lod!
Prima di Load, i Metallica avevano pubblicato 5 album: Kill'em All, Ride the Lightning, Master of Puppets (da molti considerato il migliore, ndr), ... And Justice for All e appunto il Black Album. Dopo la tragica morte di Cliff Burton, venne reclutato al basso Jason Newsted, sempre molto emarginato dal resto della band e mai valorizzato abbastanza. I primi 5 album dei Metallica sono autentici capolavori. Era difficile chiedergli di più e sfido chiunque a trovare una band che abbia saputo realizzare più di 5 dischi eccelsi. Ok, qualcuno c'è stato (Neil Young), ma sono una rarità. Load in sé è anche un buon album rock ma sono davvero poche le canzoni a lasciare il segno. Per originalità, il blues di Mama Said è forse l'unica a emergere. Il resto è una formula di rock massiccio che non incide: 2x4, King Nothing, Hero of the Day (atroce il videoclip - ndr), Poor Twisted Me o ancora Bleeding Me. Ci si poteva forse aspettare un album non eccelso anche se all'epoca non era immaginabile, quello che deluse o meglio amareggiò, fu il neo-atteggiamento mainstream che i Metallica si cucirono addosso, ponendosi come superstar e sputando su quello che era stato il loro passato stradaiolo.
L'incantevole Mariah Carey canta Always Be My Baby
Voce celestiale, raffinata bellezza. Mariah Carey si dondola dolcemente al chiaro di luna sulle acque del lago, cantando Always Be My Baby.
di Luca Ferrari
"[...] When your days and your nights get a little bit colder, oh (I know that) you'll be right back, baby Oh, baby, believe me, it's only a matter of time, time ... You'll always be a part of me (in my heart) I'm part of you indefinitely (oh) Boy, don't you know you can't escape me? (Yeah) Ooh, darlin', 'cause you'll always be my baby [...]".
Inizio da questo passaggio video-sonoro di Always Be My Baby, quando un'incantevole Mariah Carey guarda verso la telecamera cantando in un trionfo di pura dolcezza umano-musicale. Always Be My Baby è una passeggiata primaverile fra un tramonto esitante e le piante di melissa non ancora sbocciate. Always Be My Baby è una dichiarazione di intimità, una lettera all'infinito più tangibile con la promessa di nuove e profonde radici. Always Be My Baby è un atto di fede prima di addormentarsi. Oggi, quando ascolto ancora Always Be My Baby di Mariah Carey, rivedo la mia giovane innocenza sognare l'amore più delicato. Oggi, quando ascolto Always Be My Baby di Mariah Carey, sento una confidenza diventare la mia più grande ambizione sentimentale. Quando ascolto Always Be My Baby di Mariah Carey, riesco perfino a voltarmi indietro e a credere che non tutto sia andato così male, e che alla fine di ogni lacrima ci sia stato comunque un lieto fine.
Always Be My Baby sbarcò su MTV nella primavera del 1996 e fu amore (incondizionato) a prima vista. Mariah era stupenda. Una soffice chioma castana, vestita di solo jeans e la camicia annodata sopra la vita. Una delicata sensualità da "fidanzatina" della porta accanto. Terzo singolo del disco DayDream (1995), Always Be My Baby fu scritta dalla cantautrice americana insieme al produttore e rapper Jermaine Dupri. L'atmosfera del video è una piccola storia d'amore. Luci soffuse. Riflessi acquei. Una rudimentale altalena e due giovani innamorati che hanno solo voglia di stare insieme. Corrono, tenendosi per mano. Mentre gli altri danzano e socializzano davanti a un fuoco in mezzo alla natura, loro due sono pronti per scambiarsi il primo bacio.
Nel 1996 Mariah Carey tenne alcuni concerti in Europa, ma non in Italia. Avrei voluto andare a vederla ma desistetti a causa della lontananza e degli inevitabili costi. All'epoca andavo sempre ai concerti da solo. Mi sono spesso chiesto cosa sarebbe successo se fossi andato così lontano. Forse non sarei più tornato a casa. Forse avrei trovato il coraggio di rompere definitivamente con tutto e sarebbe stato cruciale sapere che a ispirarmi era stata la dolcezza canora di Mariah Carey. Non accadde. Mi "consolai" con un articolo del suo show olandese che ancora oggi conservo, incollato in una vecchia e molto vissuta agenda. A corredo del servizio, una sua bellissima foto. In perfetta sintonia con il videoclip, al momento di cantare Always Be My Baby, il giornalista scrive: "l'allora 24enne Mariah si presentò al pubblico più sbarazzina: giacca e pantaloni neri, un corpetto zebrato che le lascia la pancia nuda e i capelli sciolti (cit)".
La musica di Always Be My Baby ha sempre avuto il merito di placare l'ardore demoniaco di un rock fin troppo affine alle ferite della mia anima. Se le mie giornate di quell'epoca si destreggiavano incessantemente tra la profondità senza ritorno dei Mad Season e l'immortalità dei Pearl Jam, ogni tanto questa semplice ragazza di Huntington, NY, riusciva nel miracolo di sovvertire gli avamposti della mia profondità. La sua voce era sincera. Arrivava all'improvviso, invitandomi a guardare oltre le invalicabili vette del baratro. Always Be My Baby era molto di più di una poesia senza dedica. Always Be My Baby di Mariah Carey è una passeggiata notturna illuminista dalla luce di tuoni lontani, accoccolato tra romantiche nuvole bigio-biancastre in placido transito del sole.
INEVITABILMENTE, SAREMO FORTI INSIEME
è il mare dentro,
una collana e un naufragio,
oh, non smetterò mai
di soffermarmi
su ciò che ha reso la vita
una storia in cui risvegliarsi
posso raccontarti
qualcosa che non abbiamo
ancora vissuto insieme? So ancora
troppo poco di te,
eppure ci siamo comunque
incontrati...
Se oggi lasciassi andare
una scatola vuota
con dentro una lettera ben protetta,
qualcuno direbbe
che ho cambiato idea
sul nichilismo e sul mondo
in generale… ci pensi mai
a quante volte
siamo stati sul punto
di smetterla per sempre
di ricordare
i sogni che avremmo potuto
districare insieme? Hai mai avuto
in mente un momento
in cui avremmo potuto incontrarci
senza doverci dire addio
il giorno stesso?
… In quei miei domani così rassegnati
non c’è mai stata
una franchigia di redenzione,
solo uno spiraglio
di mondi lontani
che un giorno si sarebbero scambiati di posto
per indebitarsi
con un messaggio universale
non ho mai fatto caso
ai fiori cresciuti
lungo le sponde… Adesso
li vedo, e sono certo,
qualcuno li avrà già colti
e sarà andato via... è, è
la dolce inesattezza dell’amore
(Venezia, 12 Maggio ‘26)
Ruvida potenza. Energia rock allo stato puro. Dal sottovalutato Subhuman Race (1995), gli Skid Row sprigionano tutta la loro combattiva ribellione nell'iconica My Enemy,
di Luca Ferrari
Sebastian Bach, Rachel Bolan, Dave "Snake" Sabo, Scotti Hill e Rob Affuso erano una vera miscela esplosiva di accordi e acuti. In una fase storica dove il sound di Seattle aveva spazzato via l'hard-rock targato GnR, gli Skid Row divennero uno dei volti più autentici di una nuova epoca. Originari del New Jersey, furono scoperti e lanciati da Mr JohnBon Jovi. Solo tre album nella prima fase della loro carriera musicale (proseguita poi senza Bach), in un crescendo di potenza sonora. My enemy, prima track del disco Subhuman Race, è un graffiante viaggio interiore. Non è un caso che il videoclip sia stato girato tutto in bianco e nero con ripetuti primi piani del cantante arrabbiato. Gli Skid Row mi hanno sempre trasmesso una forte sensazione di forza dirompente contro il resto del mondo e anche se la cosa non piaceva, non era un loro problema. D'altronde, You can be my enemy and I don't care, cantavano proprio nella suddetta "My enemy". Sono poche le band così riottose che hanno saputo scrivere una significativa anche se breve pagina di rock.
IL TUO GENOCIDIO NON È IL MIO GENOCIDIO
ho scelto una strada
senza perdono…Sai,
lo faccio ancora
e non è poi tutta questa
gigantografia
ho provato a scappare,
ho provato
a fare della mia innocenza sconvolta
un lascito definibile
ma finivo sempre per scrivere
lettere solitarie
sui prati e invidiare gli aquiloni
a più mani… ed
è bello sapere che
qualcuno ancora si ricorda
delle mie paludi senza regole
effimere... ed è confortante
Il giorno dopo. Il giorno dopo la fine. Il giorno che segnerà per sempre la fine di una vita. In the sun, Married, Buried singhiozza rabbioso Kurt Cobain in All Apologies.
E adesso?... Ci sono momenti nella vita che cambiano la percezione della nostra intera esistenza. Spartiacque che ti fanno comprendere come da un determinato momento in poi tutto sarà diverso e non ci potrà essere più ritorno alla normalità. Nulla sarà più come prima. Il passato viene totalmente ridisegnato e il futuro... Quale futuro? Mancavano ancora poche settimane e sarebbe potuto essere un nuovo inizio ma non era possibile. Poco dopo il suicidio di Kurt Cobain venne trasmesso uno speciale di una mezz'oretta circa che si concludeva sulle note di All Apologies. Avevo 18 anni all'epoca ma un'immagine mi è rimasta dentro da allora. Non il Kurt sul palco. No, Kurt con un cucchiaino in mano mentre cercava di dare mangiare alla sua piccolina, Francis Bean, in braccio alla mamma (Courtney Love) e la creaturina che faceva una dolce movenza di rifiuto. Non si si vedeva il volto di Kurt, di spalle/profilo e coperto dai capelli lunghi.
All Apologiesnon è mai stata una delle mie canzoni preferite dei Nirvana, meno che meno la sua versione Unplugged. Tra le ultime tracce dell'intenso album In Utero (1993), l'ho sempre preferita rock e distorta dove la dolcezza di certi versi si amalgamava meglio con la rudezza melodica del suonato. Non avendo trovato il video, ho optato per postare da YouTube un tributo che mostra varie immagini della band, avvicinandosi di più ai miei ricordi. Quell'immagine di padre-figlia in qualche modo fotografava tutta la mia fragilità contesa tra buio interiore e innocenza di vita. All Apologies. "I wish I was like you/ Easily amused" ammetteva candidamente Cobain. Poche parole di straordinaria schiettezza umana-sociale: "Vorrei essere come voi, che vi divertite con poco". Introspezione massima e poi quel finale. Ripetuto, ossessivo. Quasi ipnotico. "All in all is we all are - Dopotutto è tutto ciò che noi tutti siamo".
OLOCAUSTO INTERIORE
Un po’ di brezza ci doveva
essere stata… lo sai bene,
quei passi
non inizieranno una nuova stagione
di vasche e sangue…
non ho tentazioni,
ho in mente solo la nostra casa
a cui fare ritorno…
ho sempre qualche bastoncino
che mi porto dietro
chissà chi
mi avrà incontrato il giorno dopo,
mi sarò nascosto
come facevo sempre? Sarà
accaduto anche a me…
voglio ancora tornare indietro,
ma solo per arrivare
a questa stessa vita,
ma in modo diverso
Come si poteva andare avanti?
… ricordo solo la stoffa abusata
e il desiderio di chiudere
gli occhi, il colorito castano
di una sorpresa
senza eccitazione... fuori posto ovunque
a parte i miei pensieri più inevitabili
la vita non c'era più… dissolta per sempre…
sui polpastrelli,
tracce disgregate di una carezza
senza più una terrazza
dove immaginare un tramonto
e chiunque insieme a me
…sì, guardami quello che sto facendo